Pd, autocritica e posta in gioco

Pd, autocritica
e posta in gioco

L’appello alla mobilitazione dei riformisti lanciato, martedì a Bergamo, da Calenda e da Martina giunge dopo il voto in Abruzzo e nel pieno del salvataggio di Salvini nel mare tempestoso della vicenda Diciotti per mano dei grillini e che per questo sono in acque agitate. Ma soprattutto arriva a ridosso del sondaggio pubblicato dall’Europarlamento, in base al quale la Lega potrebbe diventare il secondo partito a Strasburgo, mentre l’area sovranista sfiorerebbe il 20%. Il dato più rilevante è la perdita della maggioranza da parte dei popolari e dei socialdemocratici, la spina dorsale del consenso europeista. Questo terremoto non sarebbe un ribaltone vero e proprio, perché verdi e liberali potrebbero entrare nella coalizione e compensare le perdite dei due gruppi storicamente più importanti. È in ogni caso l’ennesima conferma della tendenza di una traiettoria che ci riserverà ancora molte sorprese. Il sole non illumina più i vecchi equilibri: l’ultimo rapporto degli analisti dell’Ispi di Milano parla della fine di un mondo, di deriva dell’universo liberale, di recessione democratica e, per l’Europa comunitaria, di una sfida esistenziale dalle radici globali. Il riassetto internazionale va nel segno del protezionismo e l’espansione delle democrazie s’è arrestata da oltre un decennio.

L’Italia di oggi si consuma nella precarietà, fra crollo della produzione industriale e recessione tecnica in corso, mentre il sottosegretario Giorgetti parla già di manovra correttiva. Da noi, da qui in avanti, potrebbe succedere di tutto e si capisce così perché il Pd, spesso accusato a ragione di ritenersi l’ombelico del mondo, chiami a raccolta chi non si riconosce nel nuovo ordine. Fra i dem, specie dell’area Martina e in quella di Zingaretti, sta maturando – pur in ritardo e alla vigilia delle primarie di partito – la consapevolezza di un momento cruciale e di svolta e quindi l’idea che occorra mettere insieme i vari pezzi, dismettere egocentrismo e beghe antiche, guardando avanti. Il serrare le fila lanciato da Calenda e da Martina è la conseguenza della premessa: la ricostruzione e il rilancio di un’alternativa europeista senza se e senza ma, senza perdersi in sofismi, in cui il listone di Calenda agisce da pivot. Quel «calendismo», così definito dal politologo Maurizio Ferrera sul «Corriere», «un segnale di innovazione ben impostata e coerente nei contenuti e nello stile».

Da che parte ricominciare per rifondare il pensiero riformista in un mondo che pare andare dalla parte sbagliata della storia, è la vera questione del Pd e rappresenta il deficit fin qui più evidente. Un dibattito sterile in questi mesi dopo la drammatica sconfitta del 4 marzo, rinchiusa nel piccolo cabotaggio pro o contro Renzi e nella geometria un po’ più a sinistra o un po’ più al centro. Le osservazioni di Calenda e Martina, ma anche le ultime analisi illustrate a Bergamo da Enrico Letta, la proposta di un «riformismo radicale» paiono comunque dirigersi verso un’autocritica concettuale che smantella l’impianto progressista degli ultimi decenni. E cioè: il Pd è rimasto fermo alla Terza via di Blair, l’ultima elaborazione programmatica, ma inchiodata alla stagione aurea degli anni ’90. L’era delle vacche grasse, di Clinton e del tedesco Schroeder (la cui riforma del mercato del lavoro gli è costata il posto e s’è rivelata una rendita di posizione per la Merkel), della globalizzazione trionfante. Ma quella galoppata nel capitalismo affluente s’è esaurita da tempo: il mondo global ha mostrato tutte le sue criticità ambivalenti, a partire dal collasso del ceto medio e dall’epidemia delle disuguaglianze. Non c’erano Trump e la Brexit, l’Est Europa entrerà in modo massiccio nell’Ue solo dal 2004, l’immigrazione era ancora di là da venire. Dopo i vincitori è stato il turno dei vinti. La destra ha colto in tempo il cambio di fase, intuendo che il lascito liberista della Thatcher e di Reagan era fuori fase, inservibile. Giulio Tremonti, nel 2008, ha scritto «La paura e la speranza», edito da Mondadori, un best-seller a lungo in cima alla classifica dei libri più venduti. L’ex ministro, forse non dimentico dei suoi trascorsi giovanili quando collaborava a «il Manifesto», aveva compreso quel che affiorava per poi diventare senso comune e moneta spendibile dalla nuova destra movimentista, e fuori dagli schemi classici, dinanzi ad una sinistra spiazzata: il lato oscuro della pur celebrata globalizzazione, fatto di disoccupazione e bassi salari, crisi finanziaria, rischi ambientali, pericolose tensioni internazionali. Rivedere i limiti di quella stagione ormai superata significa rimettersi in discussione, ricominciare da una lettura diversa della società, andando oltre quello schema mentale, di cui il renzismo è stata la coda finale. In sostanza, c’è vita oltre la piccola politica-politicante e va ripresa la connessione sentimentale, di senso, con i nuovi bisogni di una società smarrita: un europeismo alternativo al sovranismo, capace di riassumere una nuova fase di diritti e doveri per governare ragione e passione civile.


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