Lunedì 07 Aprile 2014

Aldo Nove nel Medioevo

del dolce, folle Francesco

La copertina del libro

Dopo i trenta canti del poema dedicato a «Maria» (Einaudi, collezione bianca, 2007), il maledetto, l’osceno, il cannibale Aldo Nove è di nuovo visitato dalla sua ispirazione mistica. Ancora uno spasmo di tensione verso i semplici, gli umili, quelli che sanno (r-)accogliere, con purezza sensibile, il Verbo dell’Oltre.

Ancora un atto d’amore, un tributo al fascino, un’immersione a corpo morto nel pelago infinito del Medioevo, tempo in cui il trascendente sapeva essere immanente, corpo vivo, soda realtà nella vita degli uomini. Un’età «spirituale»: «In ogni cosa c’era qualcos’altro, e rimandava dritto all’universo».

Dopo Maria, Francesco. «Tutta la luce del mondo» (Bompiani) è il romanzo del santo che si è spogliato del demone dell’avere (il fratello Angelo: avere è tutto, hai la forza di continuare a vivere perché hai tante cose e sei capace di accumularne sempre di più), per vestirsi, per sentire sulla pelle e dentro di sé la luce del mondo.

Un Francesco molto «aldonovizzato», se si potesse dire, e tuttavia per nulla in dispregio delle fonti storiche, degli scritti del santo in edizione filologicamente curata, degli studi più o meno monumentali di Paul Sabatier, Arnaldo Fortini, Raoul Manselli, Chiara Frugoni. L’illuminazione, giusto al centro del libro, davanti a un crocefisso in una chiesina abbandonata, ferita aperta «nel corpo malato della storia». Un crocefisso «diverso», senza la solita espressione triste. Pervaso, invece, da un assoluto di dolcezza, una misteriosa miracolosa serenità che Francesco sa sentire e trattenere entro sé. Una strana letizia. Come se il peso del mondo si fosse rovesciato in una leggerezza inaudita. Un segreto capace di svuotare il peso dei giorni. Perché lui, perché Francesco? Perché non era nessuno. Ma era più nessuno di tutti. Questo il senso dell’essere, e dell’amore. Una gratuita follia. Questa l’illuminazione. Dopo un’esistenza passata a cercare di essere qualcuno. Di essere famoso, di diventare un grande cavaliere o commerciante. Ma una misteriosa voce di fondo sempre lì a dirgli che non ne vale la pena. Davanti a quel Cristo Francesco sente che non c’è senso né direzione da ricercare. Niente lotta da fare, inutile primeggiare. Inutile curarsi delle dicerie, dei commenti degli altri. Meglio essere una favola. Uno scherzo. Ma vero. E vivo.

Vincenzo Guercio

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