Lunedì 19 Maggio 2014

I diari di Tiziano Terzani
Il volto nascosto della vita

La copertina dei diari di Terzani

«È come scoprire le radici affondate nella terra buia di un albero che svetta nel cielo». La moglie Angela tenta di rappresentare il rapporto fra l’«altra» voce di Tiziano Terzani, adirata, dubbiosa, sofferente, e quella «forte e convinta» con cui si presentava al mondo. Quella più in ombra, «da non condividere», si svela, forse più esplicita, nei suoi Diari.

Una selezione dei quali è stata ora pubblicata a cura di Àlen Loreti, con il titolo «Un’idea di destino», frase ritrovata, anch’essa, fra gli appunti del giornalista. Selezione da 147 file scoperti nel portatile di Terzani, salvati anche in undici floppy disk conservati nell’archivio fiorentino, che coprono il periodo 1988-2003: cinque milioni e mezzo di battute, oltre tremila pagine. Cui vanno aggiunte le stampate da file scritti negli anni precedenti, raccolte sotto il titolo cinese di «Neibu», «per uso interno». Note stese a partire dal 1983, in piena residenza nel paese del dragone.

È la moglie, infine, non il curatore, a informare sulla provenienza dei prime note qui raccolte: «Nel 1981 Tiziano comincia a battere a macchina i suoi primi diari cinesi». La selezione, insomma, raccoglie appunti dal marzo 1981 all’aprile 2003, e si chiude con il discorso rivolto alla figlia Saskia e al marito Cristopher in occasione del loro matrimonio, a Firenze, il 17 gennaio 2004: l’ultimo discorso di Terzani in pubblico. In questa idea di destino, dunque, precipita, dopo l’innamoramento, la bruciante delusione nei confronti della Cina comunista, ove fu uno dei primi corrispondenti a poter risiedere. Sino alla drammatica vicenda dell’espulsione, a scanso di guai peggiori, grazie all’intervento di Pertini. Poi le Filippine, il Giappone «irrigidito nel materialismo», la Thailandia, l’India, il cancro, New York, la comtemplazione/romitaggio tra le vette himalayane. Sempre, ovunque, il senso di una ricerca ed esplorazione inesauste, una curiosità eletta a mestiere (come nello splendido «Jules et Jim» di Truffaut), il bisogno di capire e dire la verità: «Non siamo diplomatici. Dobbiamo fare questo mestiere fino in fondo». Una vita sempre sospesa tra speranza e delusione, aggrappato alla bellezza, inorridito dagli scempi della modernizzazione. Sempre alla ricerca di medicine contro l’angoscia, «vicina come un’ombra»; con il cane nero della depressione che gli cammina a fianco, fedele e minaccioso.

Vincenzo Guercio

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