L’Italia in bianco e noir con «L’opportunista»

L’Italia in bianco e noir
con «L’opportunista»

Quando ci chiederanno cosa erano gli anni dieci del terzo millennio e magari ci mancheranno le parole, allora credo che saranno utili libri come «L’opportunista» di Giovanni Barlocco.

Il volume è una delle più recenti uscite della casa editrice trevigliese Wlm e si propone come un noir dei giorni nostri. In effetti gli ingredienti non mancano: i morti ammazzati, i poliziotti segugi, i terroristi duri e non sempre puri, i criminali di varia tacca e le menti alterate e criminogene. Lo scenario è quello di Genova ed è una presenza potente che si avverte nelle abitudini, nella toponomastica, nei sapori, anche se Barlocco non vuole certo trasformare la sua storia nell’ennesima guida turistica. Dal punto di vista narrativo l’indagine parte con l’omicidio di un direttore di banca e della moglie che si collega ad altri attentati siglati da un gruppo eversivo, che pare rubare il nome ad un profumo da stilista di grido: Anarchè. In realtà più che la pista del mistero, ad intrigare sono le vicissitudini della strana coppia dei poliziotti indagatori: l’ispettore Renzo Parodi, il nero brillante e sensibile (mi veniva in mente Sidney Poiters nell’ispettore Tibbs), e l’agente Salvatore Marotta, terrone progressista e curiosamente senza famiglia a carico. Come si vede un abbinamento atipico, ma specchio di un Italia che cambia, dove le eccezioni iniziano a moltiplicarsi come le istantanee di un Paese in fase di transizione.

E cammin facendo lo si comprende: nella storia de «L’opportunista» niente sembra esattamente al suo posto. Tutti i personaggi hanno delle etichette e forse appaiono come dei cliché, ma quando li si considera con attenzione si nota che non sono per nulla scontati. Anzi sono sempre qualcosa in più. Penso al vecchio anarchico che ovviamente disprezza l’autorità, ma non sopporta gli approfittatori ed è quindi disponibile a dare un «incoraggiamento» alla giustizia. Oppure alla esile ma sfuggente personalità di Vanessa Demarchi, la giovane collega italo-cinese che al primo incarico viene buttata in prima linea come agente infiltrata.

Quella di Barlocco è una scrittura solida, piacevole e ben equilibrata, abituata ad illustrare le scene e a misurare le parole. Nei dialoghi forse appare un po’ troppo «scritta», forse più adatta ad una rappresentazione teatrale, ma è lo stesso autore a rendersene conto e ripara costruendo dei modi espressivi che servono ad approfondire il carattere del personaggio. Il protagonista Renzo Parodi infatti ha la battuta pronta, ma con un linguaggio sempre assai forbito, fin troppo in alcuni contesti d’azione. Ma anche questo è un segno distintivo di una personalità che si è formata negli scontri, che ha capito che alzando la forze e sbattendo i pugni non si ottiene nulla. Il suo collega lo compensa, però non è un semplice Watson e neppure una spalla per i lavori pesanti, anche lui sa arrivare a destinazione magari facendo un giro tortuoso ma decisivo. Che rispecchia un po’ il carattere della città che ospita la storia.

Alla fine «l’opportunista» del titolo è un po’ difficile da identificare, anche con tutti gli indizi in mano: tutti i personaggi del libro sembrano cogliere opportunità, alcuni per mettersi alla prova, altri per fare il salto di qualità, altri ancora per cercare di sbarcare il lunario. Il meno opportunista del gruppo pare proprio l’assassino, imprigionato dal suo piano «perfetto». L’opportunismo infatti, in un Paese che sta cambiando la sua fisionomia ma fatica ad ammetterlo, ha perso la sua patina negativa per diventare un quotidiano esercizio di convivenza.


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