Storia di un chitarrista
e della band che suona il rock

«Tretrecinque», per questa volta, non è il prefisso di un cellulare: è un modello della Gibson, chitarra che ha traversato i decenni che contano della storia di rock e pop. «Tretrecinque» il titolo del primo romanzo, appena uscito, del cantautore genovese Ivano Fossati.

«Tretrecinque», per questa volta, non è il prefisso di un cellulare: è un modello della Gibson, chitarra che ha traversato i decenni che contano della storia di rock e pop. «Tretrecinque» il titolo del primo romanzo, appena uscito, del cantautore genovese Ivano Fossati. Storia di Vittorio Vicenti, chitarrista un po’ così, che dal nulla fra Vercelli e Santhià, in cui era destinato all’officina, se ne va in Inghilterra e poi in America, per fare l’uomo «onesto» che si guadagna la vita suonando per il mondo.

Sua funzione vitale, far ballare, divertire, scatenare, sudare la gente sotto il palco. La 335 è «l’astronave su cui ho viaggiato». Questo chitarrista errante, questo «guitar hero» di una sera, esibizioni in tutti i buchi di provincia da Moncalieri a Pahokee, è il protagonista assoluto e personaggio che dice Io. Una voce, uno stile, che scimmiottano, a tratti in modo sin macchiettistico, tanta narrativa, cinematografia, televisione americana: localacci di provincia, risse, sbronze, colpi di pistola, donne, avventure…; quei toni un po’ ruvidi, asciutti, virilistici, che vanno dritti al sodo, non fanno moine, semplificano e riducono, si compiacciono della loro (apparente) superficialità (iperbole irridente ne è, al limite, il pescatore del Maine di Crozza). Bocca piena di parolacce, cultura, riferimenti, citazioni da western in tv e Clint Eastwood. E tantissima musica, ovvio. Se, rottame scolastico arrugginito, affiora un verso di Carducci, viene giustamente ricacciato in quell’abisso «pieno di muffa» da cui proviene, e subito rimpiazzato da Lennon. Essere rock, non «lento». Un gergo un po’ da duro-trasgressivo, per cui l’aria condizionata è «a palla», la polizia la «sbirreria», un uomo non lo uccidi ma lo «stendi», ci si diverte “da manicomio”, e altre simili (dis-)amenità (scemenze) da giovanoidi fuori tempo massimo. Invecchiare senza crescere.

E tuttavia, dissimulata sotto, volante sopra, impastata con questi atteggiamenti da duro del Road House, questa superficialità voluta e esibita, questa tardiva riesumazione di sottocultura rock, ci sta, nelle pieghe, risvolti, flash della narrazione, ben altra profondità di pensiero e capacità di formulazione. Dietro (sopra) Vittorio Vicenti-Vic Vincent c’è uno che è diventato famoso perché la sua banda suona il rock, ma che ha scritto anche altro.

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