Marina, dal cinema
ad Altromercato

La prima cosa che cattura di Marina Spadafora sono gli occhi. Trasparenti e profondi. Proprio come lei. Abbandonato Hollywood, dimenticata la polvere di stelle, la stilista di Bolzano si racconta con Altromercato e con un brand tutto nuovo, Auteurs du monde.

La prima cosa che cattura di Marina Spadafora sono gli occhi. Trasparenti e profondi. Proprio come lei. Abbandonato Hollywood, dimenticata la polvere di stelle, la stilista di Bolzano si racconta con Altromercato e con un brand tutto nuovo - Auteurs du monde - che questa donna minuta, dai capelli dal taglio sbarazzino e dal sorriso grande, segue a 360 gradi: dai disegni di collezione allo studio della filiera e della produzione di capi che possono definirsi, senza ombra di dubbio, equosolidali. Per Marina questo è il punto di partenza, lei che di storie ne ha da raccontare. Come quelle che hanno per protagonista sua suocera, un grande nome quale è Audrey Hepburn. O quelle di lei da bambina, che aveva un sogno: viaggiare e scoprire l'Africa. Un sogno che ha realizzato, in maniera globale. «Da bambina dicevo che da grande sarei andata a lavorare in Africa. Ci sono arrivata davvero e qui sono partita con un progetto che è stata la mia chiave di svolta. Dopo aver lavorato da Prada e Ferragamo, dopo Hollywood e il lavoro come costumista, dopo la linea che portava il mio nome e che mi ha portato sulle passerelle del pret a porter, nel 2007 è nata una collaborazione con Mauro Pavesi, un giovane italiano che viveva in Danimarca: con lui il progetto di creare una collezione con materiali esclusivamente bio e con una filiera prettamente made in Africa che abbiamo scoperto in Egitto, dove esiste una bellissima realtà di agricoltura biodinamica. La collezione si chiamò "Banuq" e mi fece conoscere da Altromercato».
L'Africa le è rimasta nel cuore...
«Franca Sozzani, direttrice di Vogue Italia, in qualità di "goodwill ambassador per fashion for development", ha chiesto la mia collaborazione per dare visibilità ai giovani talenti della moda africana, un impegno che mi dà grande soddisfazione. A breve partirò per l'Etiopia proprio per lavorare su un documentario con mio marito, il regista Jordan Stone: faremo un ritratto delle popolazioni della Valle dell'Omo per promuovere una linea di borse disegnata per Pinko traendo ispirazione da questi popoli».
Da due anni lei è la stilista per Altromercato. Come si sviluppa la sua collezione?
«La moda è il nuovo settore di punta e di traino di una realtà forte soprattutto nella sfera alimentare. Stiamo crescendo in ambito fashion e la collezione, per ora prettamente femminile, si svilupperà sul bambino e anche su una linea per taglie più grandi».
Ci parli dei materiali. Ogni tessuto racconta una storia...
«Di sostenibilità. Tutti i materiali sono di pregio, tutti naturali che arrivano da più parti del mondo. Alcuni sono bio, e ognuno racconta della vita di una comunità: questa è una moda etica e le vere attrici della collezione sono le donne che abitano nei villaggi di Asia, America Latina e Africa. Penso al Perù, dove viene filata l'alpaca naturale, o all'India, dove nascono i capi in cotone e seta cruda. O ancora al Nepal, dove la maglieria fatta a crochet diventa capo pregiato. La collezione "Autori del mondo" unisce 30 organizzazioni internazionali capaci di combinare la difesa dell'artigianalità con l'impegno nel sociale: l'attenzione alle persone e all'ambiente».
Dopo tutto questo è impossibile non chiederle del suo passato a Hollywood....
«Sono gli anni Ottanta. Ho fatto la costumista per il cinema: immedesimarmi in quel contesto non è stato facile. La mia indole mi ha sempre portato a creare secondo ispirazione. Devo ammettere che mi sento più a mio agio in questa di vita, dove creo secondo la mia passione e i miei ideali. Indossando questa, di pelle, sono davvero me stessa».
Mi dica qualcosa anche della sua ex suocera, Audrey Hepburn. Entrambe, ma in maniera distinta, nel cinema, entrambe con la passione per l'Africa. Entrambe attente al tema dell'ecosostenibilità...
«È stata una donna eccezionale, andavamo molto d'accordo. Lei amava i miei abiti e spesso e volentieri indossava le mie creazioni. La sua integrità e al contempo la sua semplicità credo siano esempio per me come per altre donne. Ricordo anche i compleanni festeggiati insieme: sono nata il 3 maggio, lei il 4 maggio. Molto spesso e con grande affetto trascorrevamo insieme questa ricorrenza».
Ama molto la parola «integrità».
«Credo con forza nel suo significato: integrità nel modo in cui lavoriamo, una metodologia che si riflette nella mia collezione». Come la descriverebbe? «Tutta d'un pezzo, con uno stile definito, lineare, comodo e ragionato. Modelli femminili, pensati e creati da donne per le donne. Ci sono maglie in alpaca peruviana e cappotti in lana melange realizzati a Katmandu, ma anche capi in cotone stampato con la tecnica del block printing. E poi direi che sono collezioni felici, così come sono io quando le penso».
Le sorridono gli occhi parlandone.
«Penso a Isabel Martin, missionaria spagnola che 25 anni fa ha fondato la Cooperativa Handicraft. Ora in India, a ben 85 anni, sostiene con la lavorazione del denim e con l'arte del ricamo, più di 740 famiglie. Oppure a Minka in Perù: questa realtà offre lavoro a moltissime donne che sulle rive del lago Titicaca filano l'alpaca. La lavorazione è in diagonale: per questo motivo le nostre maglie non hanno cuciture».
Tutto parte dei materiali?
«Dal velluto di seta realizzato in Vietnam al cachemire e seta del Nepal: a Kathmandu nascono le nostre pashmine e c'è chi passa il suo tempo a spazzolarle. Ecco perchè sono così morbide».
Come la moda può essere davvero sostenibile?
«La storia dei nostri capi riflette la storia delle comunità dove i miei disegni prendono forma. Si tratta soprattutto di storie di donne che aiutano altre donne. Storie di famiglie che con operazioni di microcredito riescono a risollevare le loro sorti, puntando su specificità manuali di grande valore».
Su un muro del nuovo negozio di Altromercato di Bergamo, in via Sant'Orsola, c'è questa poesia di Antonino Carlo Aleo: «Io sono pronto a cambiare il mondo/ Io sono pronto a salvare il mondo/ Io sono pronto. E voi?». Secondo lei siamo pronti?
«Solo se crediamo in progetti come questo, dove i produttori vengono approvati se hanno le credenziali etiche giuste. Da qui viene assicurato il lavoro con continuità, viene pagato in modo equo e finanziata l'attività in anticipo del 50%: in questo modo l'artigiano ha il potere di acquistare la materia prima, senza esposizione economica».
A sentirla parlare, lei sembra molto di più di una stilista... «Effettivamente. Oltre a realizzare la collezione, tengo le fila in giro per il mondo con i produttori: questa è davvero una meravigliosa avventura che mi permette di coniugare i miei ideali al lavoro che amo. Questa la mia vita e questo mi rende felice. Lei non sorriderebbe?».
Fabiana Tinaglia

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