Il gesto gentile di Daniela Gregis «La mia moda storia di un ciclo di vite»

Il gesto gentile di Daniela Gregis
«La mia moda storia di un ciclo di vite»

Ti racconta la gentilezza di un gesto, di un movimento che la piega della seta prende nel suo impercettibile fruscio. Una dolcezza che è una boccata di colore, di forme luminose e morbide. Daniela Gregis non manca di stupire e di raccontarsi, outsider della Settimana della moda milanese, una costante nella tradizione che si ripete da 15 anni.

Sempre all’oratorio della Passione di Sant’Ambrogio, sempre con il suo modo di essere, schivo e silenzioso. Mai sopra le righe, mai d’apparenza. «La mia storia e la storia di tutti, fatta dell’umana quotidianità - racconta -. La mia moda vuole essere un messaggio di solidarietà delle piccole cose, perchè la vera ricchezza è la nostra storia. E ogni mancanza, ogni frattura, ogni diversità sul percorso è solo un’opportunità da cui partire, e ripartire. per una nuova soluzione, per una nuova strada».

Un messaggio importante quello della stilista bergamasca che da tempo ha conquistato i mercati internazionali, dagli Stati Uniti all’amatissimo Giappone, con tre monomarca nella sua Bergamo e uno storico a Parigi, oltre a una settantina di concept e realtà internazionali che tengono il suo brand.

«Cosa racconto? Purtroppo, o per fortuna, sono sempre quella che sono: l’evoluzione del vecchio che entra nel nuovo, e viceversa. È un concetto circolare, che dona bellezza, novità, diversità, anche protezione. Ma sempre partendo da una base: di storia, di ricordi». Questa volta di una maggiore umanità, che traspare anche dal messaggio scritto da Daniela Gregis per presentare la collezione. Un messaggio che si fa gentile, delicato: «... con un gesto della mano disegna una linea dolce/ il suo sguardo ha un colore sereno e luminoso/ andreateresa osserva con attenzione e generosità/ nel piccolo vede il grande che sarà e negli opposti trova un punto di unione lavorando un filo/ quasi infinito, ogni dettaglio, ogni amico, ogni canzone, ogni carezza si avvolge nel suo cuore/ con grande cura». Parole che parlano di gentilezza, di amicizia, di piccole cose: «Un ritorno alle piccole cose con Andreateresa, che sono due nomi, due amici, al di là di ogni costrizione, di ogni diversità».

Negli abiti che sfilano c’è la leggerezza delle forme, la dolcezza di un abbraccio che avvolge, tra sete, lane cashmere, cotoni e il velluto, che da qualche collezione è diventato una costante, concreta, palpabile, capace di rafforzare i concetti con uno stile che nel colore trova dimensione: il blu - scuro, ma anche elettrico -; il giallo, il fucsia. «Colori elettrici che aggiungono punti di calore al nostro blu, amatissimo» continua Daniela Gregis. Colori che proteggono, danno gioia: «Con la calma del momento, con l’attenzione al dettaglio». A un abito che è un progetto, un messaggio ancora una volta artigianale: «Nell’eccellenza della laboriosità e della conoscenza del territorio lombardo: il 60% della produzione è made in Bergamo, con la sua storia e la sua qualità» spiega Daniela che con la figlia Marta proseguono con una squadra sempre più ampia. Un team creativo che si evolve, cresce. «Collezione dopo collezione, come mi sento alla fine? Forse leggera, ma direi che sono già dentro nella nuova collezione, infilata nelle sue percezioni, nei suoi colori e ispirazioni». Mai ferma: «C’è anche chi va più veloce, chi è più strutturato, più settorializzato. Noi siamo un cerchio, un ciclo continuo: di vecchio che entra nel nuovo e lo arricchisce; di nuovo che entra nel vecchio e lo implementa. Un ciclo di vite che si intrecciano».

Con una curiosità su questi abiti morbidi e austeri allo stesso tempo, capaci di avvolgere, in una stratificazione che dona leggerezza, in una dinamicità delle forme, delimitate da alcuni punti fermi, canoni. La sciarpona, la mantella, il copricapo, il foulard, la cintura. Intrecci. Da dove arriva questa collezione? Da dove l’ispirazione? Daniela Gregis sorride, e riparte da un racconto, da un’esperienza, da una sensazione vissuta: «Arriva da un soffitto» dice lei. Con il naso all’insù a Palazzo Ducale di Mantova, in quel labirinto di colori che, ancora una volta, portano al passato per ricondurre al futuro.


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