Pensioni, indietro
non si può tornare

Nel 1980 23 milioni di italiani che vivono oggi nel Belpaese non erano ancora nati. Dei restanti 37 milioni ben mezzo milione era già in pensione. Un dato sconcertante, che lascia increduli, eppure reale perché certificato dall’Inps. Spiegare sinteticamente attraverso i numeri come può essere stata possibile una cosa simile può aiutarci a qualche considerazione sul dibattito in corso, gettato anzi fra i maggiori temi della campagna elettorale. Guardare un po’ più da vicino i dati rende il fenomeno, riletto a oltre 37 anni di distanza, ancora più incredibile.

Qualcuno potrebbe cercare subito di incolpare sbrigativamente il settore pubblico. Invece no, questa volta non ha alcuna colpa perché le tabelle dell’Inps ci dicono che di quella folla di pensionati 413 mila provengono dal settore privato e «solo» 58 mila dal mondo del pubblico impiego. Ma c’è un altro dato ancora più incredibile: se prendiamo il solo settore privato e tutti coloro che sono pensionati da allora, unendo sia le pensioni di anzianità sia quelle di vecchiaia, si scopre che la media dell’età di pensionamento per questa gente è stata di 54,7 anni, soglia che scende fino ai 46,4 anni per i soli assegni di anzianità per chi proveniva dal settore pubblico. C’è subito da dire che il prepensionamento era reso appetibile dal fatto che si applicava allora in toto il metodo retributivo, cioè la cifra della pensione veniva calcolata sugli ultimi stipendi e non su quanto effettivamente versato (metodo contributivo), rendendo così poco penalizzante l’anticipo.

Erano gli anni dei cosiddetti baby pensionati. Si incassava così il dividendo del boom economico che era stato fino ad allora progressivo e costante e si faceva fronte in questo modo anche a crisi di comparti industriali o a situazioni particolari. Non si faceva nessuna considerazione sul fatto che i prezzi di questa situazione di incredibile favore sarebbero ricaduti sulle generazioni future. Le stesse tabelle dell’Istat rilevano che gran parte di queste persone ha finora ricevuto ampiamente più del triplo di quanto ha versato durante l’attività lavorativa.

Ovvio che una situazione tale avrebbe portato a una rapida scompensazione dell’intero sistema. E al sistema nel suo complesso si dovette mettere mano con una serie di riforme radicali a partire dagli anni Novanta. Obbiettivo di tali riforme è stato quello di portare il sistema dal retributivo al contributivo, transizione che è già avvenuta in maniera completa. Il secondo punto è stato quello di innalzare gradualmente l’età di vecchiaia, portandola agli stessi livelli sia per il settore pubblico sia per quello privato, sia per gli uomini sia per le donne e adeguandola all’aspettativa di vita, sempre più lunga come certificato dall’Istat.

Proprio quest’ultimo adeguamento prevede dal primo gennaio del prossimo anno l’innalzamento per tutti alla fatidica soglia dei 67 anni della quale tanto si parla. In campagna elettorale molto si discute dei costi di varie ipotesi di pensionamento anticipato (rispetto ai nuovi limiti) per settori cosiddetti «usuranti» o di quanto peserebbe sui conti pubblici un azzeramento della riforma Fornero. Senza entrare nelle polemiche, che ovviamente hanno i limiti dei toni da comizi elettorali, facciamo qui solo una considerazione. Giuliano Cazzola, che al di là delle opinioni politiche è un indiscutibile esperto del settore, ha nei giorni scorsi rilevato che il primo risultato di qualsivoglia delle riforme enunciate in campagna elettorale se applicata porterebbe a una scompensazione del sistema. Il primo risultato cioè sarebbe, come l’esperienza ci ha insegnato e i dati che stiamo a commentare dimostrano, che il ritocco andrebbe a pesare ulteriormente e nuovamente sulle spalle dei nostri figli. Sappiatelo.

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