Cosbie, guru del football
si è innamorato dei Lions

Playing for sun? Brr, Cosbie guarda il cielo e sospira a 10 mila chilometri da casa. «Una sola cosa qui non mi piace: il tempo. Piove troppo». Leoni senza sole, è il paradosso di Doug Cosbie, il football americano sbarcato a Bergamo per capire se John Grisham avesse ragione e il suo amico Rich Brown anche.

«Nessuno mai come lui», se lo mangiano con gli occhi i Lions e pazienza se Doug il guru, cento chili su due metri e trent'anni di football, rimugina su quel cielo cocciutamente «cloudy» come Al Pacino in «Ogni maledetta domenica». Nuvole e freddo, brr Italia.

Ma perché pizza for football? Leggenda vuole che tutto sia iniziato con Brown e quel consiglio in volo da San Francisco alle Hawaii, rincorrendo un raggio di sole. «Toh, leggiti questo», gli disse Brown. Cosbie s'immerse in «Playing for pizza» di John Grisham, storia di un quarterback in disgrazia piombato dall'Nfl ai Panthers di Parma, e pensò: «Io in Europa? Perché no?».

Eccolo, il coach. Dieci anni di Nfl a Dallas, l'Università di Berkley in California, talenti e touchdown come tacche sulla cintura. E un consiglio dei suoi ragazzi. «Coach, prova l'Europa. Germania, Austria, Francia». Ma «Playing for pizza» parlava di pantere e italici prosciutti e allora Cosbie prese il computer nel suo ranch di Sacramento e mandò un'e-mail a Bergamo. «Cari Lions, sono Doug Cosbie. Se vi va, posso essere il vostro coach».

Bum. A Bergamo sono caduti dalla sedia, si sono massacrati di pizzicotti, poi gli hanno telefonato. «Coach? Siamo i Lions, è pazzesco ma ti aspettiamo». Un mito? Sì, ma della porta accanto. Solare, pragmatico e sfacciatamente umile. Per adattarsi al football americano di noialtri («Il livello non è male, è quello di una piccola università americana») Cosbie ha ridotto il librone degli schemi Nfl in un Bignami ma non è rimasto alla palla ovale.

Raccontano che un giorno si presentò con uno scatolone, lo aprì, tirò fuori maglie, cappellini, felpe. «Ho un'azienda di abbigliamento, vi porto qualcosa, ok?». L'azienda si chiama O'Neill, quell'O'Neill, ed è come se mister Coca Cola dicesse di avere una fabbrica di bibite offrendo una cassa di bottiglie. Bergamo è rimasta folgorata, contraccambiata.

«Grisham aveva ragione, qui il football è passione, non business, e questo mi piace. Mi piace lo spirito, mi piace soprattutto la gente». Anche la pizza, of course. «Margherita, ma sono meglio le penne all'arrabbiata. Le cucino per gli amici».

I quattro dello staff, in primis. A turno, Rich Brown, Brian Baldinger, Mike Medeiros, Joe Heikkinen. Al momento del fatidico ok, Cosbie pose una sola condizione: un appartamento grande, per lui e la moglie Sherry, costretta a fare ping-pong da Bergamo a San Francisco per non perdere le schiacciate della giovane pallavolista Clay, l'unica di cinque figli ancora in famiglia.

Colognola è diventata il nido di Cosbie, ma Cosbie è un uccello migratore. Appena può, vola. Venezia, Firenze, Milano, il lago Maggiore, Roma, Taormina. «Volevo l'Italia, volevo viverne la cultura, lo spirito». Anche lo sport. «Il calcio? Non ho mai giocato, ma conosco quello italiano. Inter, Juve, Milan e l'Atalanta. Prima di tornare a casa voglio andare allo stadio: quanto è grande, il vostro?».

Pare non abbia avuto il tempo di verificare. Troppo football da insegnare, troppi infortuni da aggirare, troppa voglia di centrare i playoff anche se la voglia passa dal fango di Verdellino, assediato da un nugolo di ragazzini in delirio per i caschi e gli schemi provati nell'aiuola. «Cosa mi manca? Un buon cheeseburger, qui non lo sanno fare. Ma Bergamo me la porterò nel cuore e per il futuro chissà». Già, a volte ritornano anche i cowboy. Specie quelli che amano la polenta e leggono Grisham.
 Simone Pesce

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