Bertuzzo e il dolore di Percassi:
«Abbiamo perso un grande amico»

«L’Atalanta perde un pezzo importante della sua storia, io perdo un grande amico. Il dolore è doppio».Ieri sul far della sera, il presidente dell’Atalanta Antonio Percassi ha proposto questo primo pensiero per ricordare Ezio Bertuzzo.

«L’Atalanta perde un pezzo importante della sua storia, io perdo un grande amico. Il dolore è doppio». Ieri sul far della sera, il presidente dell’Atalanta Antonio Percassi ha proposto questo primo pensiero per ricordare Ezio Bertuzzo, suo compagno di squadra nella memorabile stagione degli spareggio di Genova (1976/77, Atalanta promossa in A col Pescara, Cagliari rimasto in B). Domenica sera la notizia, pur non cogliendolo di sorpresa (le indiscrezioni sulla malattia di Ezio-gol erano circolate nell’ambiente atalantino), lo aveva profondamente addolorato.

Presidente, qual è il suo ricordo di Ezio Bertuzzo?

«Ezio era entrato nel cuore dei tifosi, di tutti i tifosi dell’Atalanta. Perché quando indossava i colori nerazzurri dava sempre tutto, in ogni partita. Per lui era assolutamente normale uscire dal campo con “la maglia sudata sempre”, come gli dicevano i tifosi. E quel suo modo di fare, lo aveva reso un simbolo per tutta la gente dell’Atalanta».

E per i compagni di squadra, invece, cos’era Ezio Bertuzzo?

«Quello che a volte pare detto per retorica, ma in questo caso non lo è: un modello di comportamento da seguire. Un uomo vero che viveva il calcio con grandissima professionalità. Stavi con lui nello spogliatoio e vedendo come si preparava al lavoro, con quella sua dedizione davvero speciale, non potevi che seguirne l’esempio. Proprio per questo era entrato nel cuore anche di tutti i compagni, non solo dei tifosi».

E per Antonio Percassi calciatore, cos’era Ezio Bertuzzo?

«Tra noi c’era meno di un anno di differenza, lui era nato nel luglio ’52, io nel giugno ’53, quindi il feeling era anche generazionale. Noi eravamo tra i giovani del gruppo, c’era intesa sul modo di intendere il calcio, sull’approccio al lavoro di ogni giorno, che fosse l’allenamento o la partita cambiava poco».

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