Martedì 28 Aprile 2009

Intercettazioni; Da oggi stop a nuove,a rischio quelle in corso

Roma, 28 apr. (Apcom) - L'allarme è di quelli che fanno tremare i polsi: da oggi si ferma tutta l'attività di intercettazione ambientale per tutte le nuove indagini e inchieste disposte dalle Procure italiane; fra 10 giorni, si fermerà anche ogni attività su indagini e inchieste in corso, di qualunque natura e importanza esse siano. Il comparto dei fornitori e installatori delle tecnologie necessarie a seguire indagati più o meno illustri (120 aziende per 2500 lavoratori) è al collasso: le aziende deputate a fornire beni e servizi alla polizia giudiziaria e alla magistratura hanno accumulato nei confronti dello stato crediti per 450 milioni di Euro e, come si dice in gergo, hanno "finito il cash", ovvero non hanno più soldi per far fronte alle spese correnti di gestione operativa. Quindi, interruttore girato su 'off' e tanti saluti agli indagati, che nessuno seguirà più. Un passo indietro: il sistema intercettativo e di spionaggio giudiziario italiano è anomalo rispetto a quasi tutto il resto del mondo. Nel nostro paese ci sono 120 in tutto circa 120 aziende private che si occupano di tutto, dallo sviluppo delle tecnologie all'installazione dei materiali, ovunque si renda necessario procedere ad indagini e sorveglianze. Queste aziende non hanno accesso ai 'dati' che raccolgono e, "per etica anche se non per legge" hanno come unico cliente la Magistratura e quindi, in senso lato, lo Stato. Dipendenti di queste aziende sono i tecnici che, al fianco di poliziotti, vanno ad esempio a occultare un Gps nella vettura di un presunto boss mafioso. Di queste aziende sono le microtelecamere che, in una scuola, sorvegliano i movimenti di un presunto pedofilo e compito loro è l'inventare i sistemi più evoluti per sconfiggere criminalità organizzata e comune, non digiuna di contromisure per non farsi spiare e con disponibilità finanziarie a volte molto importanti. Eppure lo Stato non paga queste aziende, che oggi, per bocca della loro associazione, la Iliia, annunciano l'imminente stop delle attività. La ragione è la più vecchia del mondo: i debiti. "Lo Stato - è la denuncia del presidente Oscar Roje - ci deve 450 milioni di euro. Se non ci sediamo subito attorno a un tavolo con il ministero della Giustizia e quello dell'Economia e non troviamo una soluzione, non possiamo far altro che chiudere". L'imminente scadenza fiscale di maggio ("dobbiamo pagare le tasse su fatture e denaro che non abbiamo incassato") e la mancanza di sostegno finanziario da parte degli istituti di credito ("il rating che le banche danno ai crediti nei confronti dello stato è 0, cioè non costituisce alcuna garanzia per l'acquisizione di credito") fanno il resto: "noi - ha spiegato Roje in una conferenza stampa oggi a Roma - abbiamo come unico cliente lo Stato: se non ci paga e nessuno ci fa credito, come tutte le altre aziende private chiudiamo". Le cose hanno cominciato ad andare male, secondo i documenti diffusi dall'associazione, dal 4 agosto del 2006, ovvero dalla lenzuolata dell'allora ministro per lo Sviluppo Economico Pierluigi Bersani. "E' stato con quel testo - ha detto Roje - che è cambiato l'ente pagatore e che sono cominciati i problemi". Prima del Dl Bersani erano infatti le poste a 'liquidare' le fatture. "Anticipavano i soldi e - ha detto ancora il presidente della Iliia - fungevano da camera di compensazione. Oggi l'ente pagatore è la Banca d'Italia, che si muove solo su decreto emesso da chi di competenza". Questo ha portato a una sensibile riduzione degli incassi e del cash flow: si è passati da una liquidazione del 45-50% del fatturato entro fine anno, al 5-8%, con un tempo medio di rimessa delle tratte che prima era attorno ai 180 giorni e che oggi sfonda il tetto dei 550. "Una situazione economicamente insostenibile e - ha concluso Roje - se non arriviamo subito a una soluzione non ci resta che chiudere".

Gic

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