Caccia all’ossigeno in casa dei defunti Barbara: «L’ho fatto per salvare papà»

Caccia all’ossigeno in casa dei defunti
Barbara: «L’ho fatto per salvare papà»

Ecco cosa è stata costretta a fare una donna con la polmonite per curare l’anziano padre contagiato. «E per parlare al telefono con l’Ats attesi più di due ore».

«In questa vicenda ci siamo sentiti soli e abbiamo imparato che dobbiamo essere medici di noi stessi». A Barbara Bravi di Chignolo d’Isola tutto sommato è andata bene: sta guarendo dal presunto Covid-19 – presunto, perché non le è stato mai fatto un tampone – e pure il padre 82enne Graziano, dopo essersela vista brutta, sta migliorando. Ma dietro questo epilogo lieto si nascondono sofferenze, solitudini, smarrimenti, rimbalzi, disperate cacce al tesoro (ossia, alle bombole d’ossigeno).

Tutto comincia il 28 gennaio, quando la madre Emma, 80 anni, viene operata all’anca all’Istituto Palazzolo di Bergamo. Barbara decide di trasferirsi momentaneamente dai genitori a Terno d’Isola: fa la spola tra la clinica per assistere la mamma e l’abitazione dove è rimasto il papà non autosufficiente. La signora Emma viene dimessa il 25 febbraio e sottoposta a un trattamento di eparina per evitare trombosi dopo l’intervento: sarà un caso, ma non accuserà mai nemmeno una linea di febbre. «Già in quei giorni – racconta Barbara - avevo dolori sparsi e una stanchezza che attribuivo allo stress di dover fare la spola tra mia madre e mio padre».

Il 2 marzo, ecco la febbre. «Era sopra i 38° e mi sono preoccupata, anche perché vivevo accanto a due anziani – prosegue -. Così, alle 6 del mattino chiamo il numero 1500. Mi chiedono se ero stata a Codogno, se avevo avuto contatti con persone contagiate o che erano state in Cina. Alla fine mi dicono che può essere un’influenza. Alle 8 telefono al mio medico. Lui mi chiede i sintomi, mi prescrive tachipirina e mi consiglia di contattare l’Ats. Al telefono dell’Ats rispondono che se la febbre scende con la tachipirina allora vuol dire che non è Covid. Poi l’operatore aggiunge che mi avrebbe fatto parlare con un addetto, se mi fossi assunta le responsabilità. “Ma responsabilità di cosa, ho ribattuto io, se sto facendo quello che mi è stato detto di fare?”. E comunque, sì, ho risposto che me le prendevo, ’ste benedette responsabilità. Non so ancora adesso quali, ma pace». La mettono in attesa della comunicazione. «Due ore e 15 minuti ho aspettato al telefono, finché non ho riagganciato per sfinimento».

Il responso: polmonite

Di lì a poco subentrano la tosse e le fitte ai polmoni. «Stavo sempre più male». Barbara ricontatta il medico di base che le suggerisce di proseguire con la tachipirina. Nel frattempo rimane a casa dei genitori, isolata in una stanza, da cui esce solo per cucinare. «L’8 marzo mio figlio Simone, 23 anni, mi intima di tornare a vivere a Chignolo per riposarmi. Lo faccio a malincuore, perché mia madre ha le stampelle e ha bisogno dell’iniezioni quotidiana in pancia. Ogni giorno però tornerò a controllare. Simone chiama la sua dottoressa e le descrive le mie condizioni. “Non mi piace la situazione, falle fare una radiografia”, dice lei».

Il 14 la febbre se ne va, ma restano i dolori ai polmoni, la stanchezza e la mancanza di gusto: «Sentivo solo quello della tachipirina». «Due giorni dopo sono al policlinico di Zingonia per la radiografia. Mi ricordo ancora che quando uscì il radiologo con gli esiti mi crollò il mondo addosso. “Signora, devo farle fare la Tac d’urgenza”». Il risultato del secondo esame è la conferma ai suoi sospetti: Barbara ha una polmonite bilaterale. «Mi consigliano di acquistare un saturimetro per controllare la percentuale di ossigeno nel sangue: “Se va sotto i 90, chiami il 112,”, mi avvertono. Il tampone? Nemmeno qui nulla. Il viaggio di ritorno a casa è avvenuto nel silenzio più totale. In auto io e mio figlio non riuscivamo a dire una parola».

È il periodo più nero per la Bergamasca: sirene di ambulanze, camion militari che portano via bare, gente che muore in casa perché gli ospedali sono stracolmi. «Il 17 marzo a mio padre viene qualche linea di febbre. Il 19 col saturimetro scopriamo che ha una percentuale inferiore al 70%. Chiamiamo il 112. Un’ambulanza arriva dopo 45 minuti. L’operatore lo visita, poi fa due più due: se io ho la polmonite, vuol dire che ho contagiato mio padre. “Dobbiamo portarlo in ospedale”, mi dice. “Dove?”, chiedo. “Non sappiamo”, mi risponde. Poteva finire in Sicilia o in Germania. Mi ricordo che mio papà ha guardato la mamma e ha sussurrato: “Sopravvivo solo tre giorni”. Lei si è messa a piangere e ha detto: “Se deve morire, morirà qui nella sua casa”. L’operatore ci ha confidato che avevamo fatto la scelta giusta. Prima di rientrare a casa ricordo che ho guardato mia madre e ho appoggiato la mano sulla porta vetro; dall’interno lei ha sovrapposto la sua alla mia. In quel momento mi si è spaccato il cuore: era la scena di un addio».

Il signor Graziano deve sottoporsi a ossigenoterapia, pratica a ostacoli tra la metà e la fine di marzo, vista la carenza di bombole. «Io e mio figlio facevamo anche 20 telefonate al giorno a tutte le farmacie della zona. Il primo giorno non l’abbiamo trovata. Il giorno successivo ne abbiamo recuperata una alla farmacia di Dal mine, ma nessuno veniva a collegarla al respiratore. Fortuna che un amico di mio figlio ci ha indicato un volontario della Croce Rossa di Capriate. Io non me lo scordo più quest’uomo: è arrivato dopo essere smontato da 14 ore di turno sull’ambulanza e s’è scusato per il ritardo. Ha collegato la bombola e così anche il giorno successivo. Poi Simone ha imparato».

La caccia all’ossigeno

Il reperimento dell’ossigeno crea sempre più ansia. «Mio padre stava anche mezze giornate senza bombola perché non riuscivamo a trovarla. Ci sentivamo in colpa, pensavamo che mia madre l’avrebbe visto morire. Mio figlio un giorno è arrivato fino a Trezzo per recuperare una mezza bombola che voleva dire al massimo sei ore. “Non mi importa dei chilometri, mamma, se posso regalare una speranza al nonno”, diceva».

Sono bombole a ossigeno gassoso, durano mezza giornata. Il 21 marzo Barbara e il figlio chiedono alla farmacia quelle a ossigeno liquido, ciascuna delle quali ha una capienza che permette l’utilizzo per una settimana intera. «Mi dicono che arriverà per il 25. Il 25 chiamo, ma non è arrivato nulla. Chiedo a chi posso rivolgermi. Mi fanno il nome della ditta distributrice. Chiamo e chiedo della bombola prenotata. Non ne sanno nulla e mi rimandano a un’altra ditta. Anche lì non sanno nulla. Chiamo allora una terza ditta: niente. Simone faceva la spola fra le farmacie della zona. Un giorno ha saputo che c’era una famiglia di Bonate Sopra dove era morta una persona sottoposta a ossigenoterapia e forse lì era avanzata una bombola. E mio figlio si è presentato in quella casa per chiederla. Capisce cosa siamo arrivati a fare? Roba da passare per avvoltoi, ma a questo ci pensi solo dopo, in quel momento quella bombola significava sopravvivenza per mio padre e dovevamo portarla a casa».

«Abbiamo smesso di guardare tv e giornali perché se no andavamo fuori di testa. Io e Simone eravamo convinti che mio padre sarebbe morto e una sera, nella disperazione, lui è arrivato a dire che forse era meglio che il nonno si addormentasse e non si svegliasse più». Invece, ora sta migliorando: «Nei giorni scorsi ha fatto il giro della casa sulle sue gambe e non sa quanto vuol dire questo per noi». «Questa storia ti segna. Ma so che ad altri è andata molto peggio, per questo alla fine mi sento fortunata», sorride Barbara. E dietro quel sorriso ci stanno tutte le cose che avete appena letto.


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