Dalla gioia dell’attesa alla corsa disperata Salvataggio straordinario di una neonata

Dalla gioia dell’attesa alla corsa disperata
Salvataggio straordinario di una neonata

Otto minuti è il tempo che impiega un raggio di luce per viaggiare dal Sole alla Terra, ma anche quello che - più o meno - potrebbe servirvi per leggere questa storia fino in fondo. Un tempo brevissimo, in cui però può accadere di tutto, anche di veder nascere un bambino, com’è stato per la piccola Emma Mosca all’Ospedale Papa Giovanni XXIII.

La sua mamma, Daniela Cavagna, è arrivata al pronto soccorso in ambulanza, sospesa tra la vita e la morte. Un cesareo eseguito in codice rosso, in condizioni difficilissime, con la bimba rimasta a lungo senza ossigeno. «Tutto sembrava perduto, i medici hanno fatto un miracolo» racconta papà Omar, con un largo sorriso.

Non dimenticherà mai quella notte: il risveglio brusco, la paura, la corsa da Santa Croce, una frazione di San Pellegrino (quattrocento abitanti in tutto), fino a Bergamo. Era il 3 marzo, un venerdì: «È stata una giornata come tante, sono andato a lavorare come sempre, faccio l’operaio in un magazzino. Mia moglie è rimasta a casa con i bambini, mancavano venti giorni al termine naturale della gravidanza. Alle 5 del mattino, mentre stavamo dormendo, Daniela ha sentito qualcosa, come un lievissimo scatto. Mi ha svegliato, mi ha detto che le si erano rotte le acque. L’ho rassicurata e le ho suggerito di prepararsi con calma per andare in ospedale. Abbiamo già due bambini, Leonardo di 7 anni e Andrea di 2, per noi ormai era la terza volta, non ero particolarmente preoccupato. Poi però lei si è alzata, ha acceso la luce, è andata in bagno, e l’ho sentita gridare aiuto». A quel punto, infatti, si era ormai accorta che era in corso una violenta emorragia. In pochi istanti la situazione è precipitata: «Ho chiamato il 118 e mia suocera, che è arrivata subito e ha assistito Daniela mentre io sono sceso sulla strada ad aspettare i soccorsi. Avevamo tutti molta paura, però cercavamo di restare calmi, per non peggiorare la situazione».

L’ambulanza è arrivata poco dopo: «Gli operatori che erano a bordo, viste le condizioni di Daniela, hanno chiamato un medico che li ha raggiunti a San Pellegrino e poi è rimasto accanto a mia moglie fino all’ospedale di Bergamo».

«Sono stati tutti molto premurosi – aggiunge Daniela –. In quei momenti concitati è difficile anche solo rendersi conto di quello che accade. Avevo capito, ovviamente, che tutto quel sangue non era un buon segno, non mi era mai accaduto niente di simile negli altri due parti, che erano stati tranquilli e rapidi. Gli infermieri e il medico del 118 però mi hanno aiutato a non perdere la speranza».

Omar intanto è salito in auto e si è diretto all’ospedale Papa Giovanni XXIII: «Sono arrivato per primo, sono rimasto lì ad aspettare. Poi è avvenuto tutto molto velocemente. Ho intercettato gli sguardi dei medici, ho capito che la situazione era seria. Mi hanno informato che era necessario intervenire subito e sono rimasto lì, sui divani della sala d’attesa, da solo con i miei pensieri. Ho aperto la borsa di mia moglie, che era già pronta da qualche giorno, ho controllato per vedere se c’era tutto quello che le serviva, mi è capitato tra le mani il suo rosario». Un oggetto piccolo, vecchio, un po’ consumato, da cui Daniela non si separa mai: «Ho incominciato a pregare, e ho fatto un voto: se va tutto bene andiamo in pellegrinaggio a piedi a Sotto il Monte. E così è stato».


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