Evasi al fisco 300 milioni di euro
Coinvolto un bergamasco di Solto Collina

La Guardia di Finanza di Varese ha scoperto una maxi-frode al fisco messa in atto con un giro di fatture false. Sei prestanome e sei professionisti sarebbero coinvolti in inesistenti operazioni di export. Tra loro anche un bergamasco di Solto Collina.

Evasi al fisco 300 milioni di euro Coinvolto un bergamasco di Solto Collina

C’è anche un bergamasco di Solto Collina, tra i coinvolti nella maxi frode scoperta dalla Guardia di Finanza di Varese che ha portato a galla un’organizzazione che avrebbe frodato il fisco per oltre 300 milioni di euro attraverso fatture false e cessioni di crediti Iva inesistenti.Sono finiti in carcere sei professionisti: Germano Perego, Stefano Normanni, residente a Imola, Vincenzo Merlo di Godiasco, Massimiliano Martinoia, di Cittiglio, oltre a R e il padre S. A. Secondo la ricostruzione della Guardia di Finanza R. A. era a «capo» del gruppo: in sostanza era l’amministratore della Leonardo Da Vinci spa di Varese, società operante nel settore della consulenza amministrativa e delle costruzioni. A. B. avrebbe messo in piedi una rete composta da sei prestanome e sei professionisti esperti del settore fiscale, i quali avrebbero certificato le presunte operazioni «farlocche», attraverso perizie di stima e visti di conformità che sarebbero risultati fasulli.

A essere colpiti da ordinanza di custodia cautelare con provvedimento di obbligo di firma,oltre al bergamasco, ci sono anche Tamara Piccinelli di Cuvio, Rita Brianese di Lavena Ponte Tresa, Corrado Campanelli di Aprilia, Alfio Verzì di Sesto Calende e Alfredo di Renzo di Avezzano. Secondo l’accusa le «società cartiere», Italiana Cantieri Srl e Red Rose Srl, entrambe con sede in provincia di Varese (amministrate da “prestanome”), a fronte di operazioni di compravendita inesistenti, emettevano le corrispondenti fatture per importi milionari (per un totale di oltre 633 milioni di euro negli anni 2014 e 2015), nei confronti della Leonardo Da Vinci Spa.

La società amministrata da A. B. avrebbe compiuto fittizie operazioni di «cessione all’esportazione» dei beni acquistati (prodotti per l’edilizia e per il settore della ristorazione), senza applicazione d’imposta, nei confronti di due società estere riconducibili agli indagati (una tunisina e un’algerina), per un totale di 629 milioni di euro nell’anno 2015, generando in tal modo un ingente credito Iva inesistente. Il credito Iva, dell’importo di 135 milioni di euro, veniva successivamente «spacchettato» (a tranche di importi variabili) e ceduto a terzi, desiderosi di alleggerire la propria posizione fiscale, a prezzi più che competitivi, pari a circa il 20, 30% del valore nominale. Il meccanismo è stato scoperto dai finanzieri, grazie alla collaborazione dell’Agenzia delle Entrate.

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