Manuel Frattini ai giovani:
«Passione e non popolarità»

Ha girato mezzo mondo, lavorato a fianco di grandi nomi del cinema tra cui Christian De Sica e Raffaele Paganini, calcato il palco di numerosi programmi televisivi, insegnato a professionisti di tutta Italia. Manuel Frattini è a Sarnico da lunedì.

Ha girato mezzo mondo, lavorato a fianco di grandi nomi del cinema tra cui Christian De Sica e Raffaele Paganini, calcato il palco di numerosi programmi televisivi, insegnato a professionisti di tutta Italia. E quando lo incontri sul palco del Cine Junior, in calzoncini di jeans e maglietta, è tutto concentrato a dirigere una ventina di ragazzi alle prime armi.

È arrivato a Sarnico lunedì scorso Manuel Frattini, uno dei performer di musical più conosciuto in Italia: ha scelto di venire nella cittadina sul Sebino per aiutare la compagnia sarnicese dilettantistica «Bottega dei Sogni" a mettere in scena il musical «Aladin».

Milanese, nato in una famiglia semplice, con un padre che sognava fin da piccolo di diventare ballerino e una madre che invece non si stancava di ripetergli «dovresti fare il magut, almeno hai uno stipendio sicuro», Manuel ha calcato palchi italiani e stranieri con grandi produzioni di musical: fra gli altri «Pinocchio» il grande musical dei Pooh, Robin Hood il Musical, Pinocchio in Korea (il primo musical italiano sbarcato all'estero), Aladin, Peter Pan il musical (diretto da Maurizio Colombi per il Sistina con le musiche di Edoardo Bennato) e Sindrome da Musical.

Da dove è nata la tua passione per questo genere poco affermato in Italia?
«Sono cresciuto a pane e Fred Astair. Anzichè guardare i cartoni animati, mi entusiasmavo davanti agli spettacoli dell'epoca d'oro del cinema hollywoodiano. E, con un padre che ha sempre sognato di diventare un ballerino, non è stato difficile coltivare la passione per la danza. Ma anche per la recitazione e per il canto. Devo ringraziare la Compagnia della Rancia, pionieri del musical in Italia, che nel 1991 mi ha dato la possibilità di lavorare nel mio primo musical «A Chorus line», il massimo delle produzioni per i ballerini. Alla compagnia, ormai 24 anni fa, dissi "Non vi libererete più di me". E non avevo sbagliato!».

Adesso per diventare artisti ci sono un'infinità di accademie. Oppure i talent show. Tu come ci sei arrivato?
«Altro che accademie! Chi come me ha lavorato negli anni '90 sa che danza, recitazione e canto si imparavano sul campo. Si cresceva insieme al pubblico, la formazione avveniva attraverso gli spettacoli e sul palcoscenico. Ora è tutto cambiato».

Anche gli artisti stanno soffrendo in questo periodo di crisi generalizzata?
«Eccome. Le produzioni diminuiscono e le famiglie non possono spendere molto in un genere come il family entertainment. Però, detto questo, va riconosciuto che anche con molte difficoltà chi ha talento va avanti. Una sorta di selezione naturale accelerata dalla crisi: la qualità viene premiata».

E ai giovani che sognano di calcare il palcoscenico cosa consigli?
«Una cosa sola: pensate meno alla popolarità. Lavorare in questo mondo significa passione. E non riconoscibilità. I talent show che proliferano in questi anni non solo non possono insegnare davvero un mestiere nel breve arco di tempo di un programma televisivo ma promuovono anche una popolarità effimera, che sparisce tanto velocemente quanto è arrivata. Non è questo fare l'artista».

Tra i molti nomi celebri con cui hai lavorato, ce ne sono alcuni che ti sono rimasti nel cuore?
«Con franchezza devo dire che ho imparato da tutti nel bene e nel male. Con particolare nitidezza ricordo Tosca, Rossana Casale, Raffaele Paganini e Christian de Sica. Con De Sica ho lavorato in occasione de ""Un Americano a Parigi" nel 2001 e 2002. Era un rapporto di odio amore il nostro. Mi ricordo un uomo di grande, enorme talento, che mi ha insegnato a sopravvivere a qualsiasi situazione. Ma che sul palcoscenico non celava le insicurezze di tutti gli esseri umani. Con Paganini invece abbiamo lavorato sia al musical "Cantando sotto la pioggia" nel '96 sia a "Sette Spose per Sette Fratelli" nel '98: ero il coprotagonista ed è stata un'esperienza meravigliosa.

Una domanda decisamente meno internazionale: del nostro lago, che ne pensi?
«Che mi ci trasferirei subito! Mi ricorda moltissimo Tolentino, un paesino nelle Marche dove ha sede la Compagnia della Rancia. È davvero un posto meraviglioso: si gode di quella tranquillità e serenità che un artista cerca per ispirarsi e per concentrarsi sulla produzione. Chissà che qualche sindaco non ci inviti per un musical...».

Sara Venchiarutti

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