Sabato 21 Settembre 2013

Al cinema c'è il film Rush
Una sfida anche per la Brembo

Nel probabile successo del film «Rush», oltre alla rivalità tra Niki Lauda e James Hunt, un ruolo decisivo è rivestito dalla ricostruzione maniacale degli anni Settanta. Dalle monoposto, le magnifiche Ferrari 312T2, McLaren M23 e Tyrrell P34 (a sei ruote), ai caschi dei piloti, dalle tute (realizzate dalla ligure Omp) alla cartellonistica nei circuiti.

Per riprodurre il tutto con la massima verosimiglianza storica, il regista Ron Howard, già Premio Oscar 2002 con «Beautiful Mind», si è avvalso di diverse consulenze. Tra queste anche la Brembo, chiamata a valutare il realismo delle vetture tramite la sua filiale nordamericana di Plymouth (Michigan). «Brembo ha fatto il suo ingresso in Formula 1 nel 1975 – chiarisce Giovanni Gotti, ingegnere in Brembo dal 1971 al 2009 e oggi consulente del colosso bergamasco – con l'intento di entrare nel mercato dell'auto. La F1 ci sarebbe servita, come poi è stato, per ottenere credibilità presso i costruttori. Da qui il progetto originario prevedeva l'approdo alla fornitura delle Porsche e in seguito alle Ferrari stradali. Un percorso che abbiamo completato senza intoppi».

L'inizio per la Brembo è soft e si limita alla fornitura di un centinaio di dischi freni: «Erano dischi in ghisa – prosegue Gotti – a forma di anello ed erano montati sul mozzo ruota tramite una campana di alluminio. Il concetto è simile ai dischi freni in carbonio usati oggigiorno in F1, solo che quelli pesavano tre volte tanto».

L'esordio per Brembo è di buon auspicio per la Ferrari, che con Niki Lauda realizza la doppietta Piloti-costruttori, riportando a Maranello un titolo che mancava dal lontano 1964: già allora i dischi vengono cambiati ad ogni Gran Premio, mentre le pinze sono utilizzate per più gare. Nel 1976, complice l'incidente dell'austriaco al Nurburgring e il «coraggio di avere paura» al Fuji, Ferrari e Brembo si devono accontentare del solo titolo Costruttori: è l'asse portante di «Rush», a detta dello stesso Ron Howard «una storia così esagerata che sembrava incredibile persino per un film di Hollywood».

Per saperne di più leggi L'Eco di Bergamo del 21 settembre

fa.tinaglia

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