Gavazzeni, passato inosservato
il centenario della sua nascita

Il 25 luglio 1909 nasceva uno dei più illustri bergamaschi del secolo scorso: Gianandrea Gavazzeni. Fu di gran lunga il maggior musicista che portò il nome di Bergamo in giro per il mondo, anche se la sua natura «eclettica» rende riduttiva l'etichetta di «musicista».
Da pochi giorni è passato così il centenario della sua nascita. Sono peraltro 13 gli anni che ci separano dalla sua scomparsa, il 5 febbraio 1996.

La ricorrenza del 25 luglio è passata quasi inosservata. Se vogliamo guardarla in positivo, ciò significa che Gavazzeni è ancora tanto presente tra noi che una ricorrenza simile non ha una particolare pregnanza. Oppure, anche, che la memoria della sua scomparsa è stata ed è ancora viva e forte, tanto che prevarica quella della nascita. Insomma, è possibile seguire le strade del ragionamento in un senso e in quello opposto. Certo è che Gavazzeni lascia una eredità pesante, pesantissima: potremmo dire imponente, e sfidiamo chiunque a sostenere che l'attributo è esagerato. Tanto grande che quasi sempre ogni contributo sul suo conto e sulla sua opera inizia dal fatto che è impossibile ridurre la sua figura a un profilo, seppur ampio.

Le radici bergamasche e lombarde sono forti e vive fin da quando, studente, si trasferisce a Roma e poi a Milano. Allo stesso modo il contatto con le grandi realtà delle capitali culturali - Roma e poi Milano, la Scala e l'Accademia di Santa Cecilia - alimentano la già fertile cultura internazionale che si respirava in casa sua. Il suo attaccamento con Bergamo, la specificità orobica e lombarda si rintracciano a più riprese, in modo inequivocabile, nella sua vasta attività di saggista e di scrittore. Sono celebri, per esempio, le attenzioni minute e amorevoli per «le campane di Bergamo e le varie peculiarità: nel Quaderno del musicista (1950), Il suono è stanco (1953), Non eseguire Beethoven (1974) o Nostalgie della terra bergamasca (1977). Basta leggere un passo, anche se sono tutti deliziosi: «Le campane hanno uno spazio ben preciso, un gioco polifonico nella musicalità bergamasca. Vi sono timbri felici di rara profondità e allegria. Percussioni con i martelli alle vigilie di festa, canzoni popolari, improvvisazioni, rigurgitate dalla coscienza etnica. I carillon fiamminghi sembrano piacevolezza da salotto, boites à musique, al confronto» (da Il suono è stanco). Le composizioni E parlano bergamasco anche tanti, davvero tanti titoli della sua opera compositiva. Quella per lo più giovanile, interrotta bruscamente nel 1949, anche perché era ormai decollata a livelli internazionali la sua attività come direttore d'orchestra. Si trovano così il Concerto bergamasco per orchestra, 1931, Quattro madrigali del Tasso per soprano e pianoforte, 1933, Canti di operai lombardi, poema sinfonico per orchestra, 1937, Notturni di bevitori bergamaschi per tenore e orchestra, 1938-39, Bergamasca per pianoforte, 1942. Modernissimo, non provinciale Modernissimo, tutt'altro che provinciale e attualissimo. Anzi di più, molto in anticipo sui suoi tempi, è la spiegazione (a posteriori, rilasciata in varie interviste) sul suo abbandono della composizione.

Specifica di Gavazzeni, in questo unico nel suo genere, fu l'attitudine a interessarsi della cultura musicale e anche di quella non musicale: da politici di rango, come Alcide De Gasperi, amico di famiglia (il padre di Gianandrea, Giuseppe, avvocato fu fu tra i fondatori del Partito Popolare e deputato negli anni '20) a Papa Giovanni, alle passioni per la poesia, la letteratura straniera (da Thomas Mann a Hemingway).

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