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Quella linea che unisce Rembrandt, Lotto e Moroni

Articolo. Una riflessione dentro e intorno “Rembrandt in una storia meravigliosa”, la mostra-dossier dal 9 luglio al 17 ottobre all’Accademia Carrara. Che sperimenta un nuovo percorso nelle sale della Pinacoteca

Lettura 3 min.
Rembrandt in una storia meravigliosa (foto Adicorbetta)

R embrandt (con Lotto e Moroni, ndr) in una storia meravigliosa”: mi piacerebbe poter aggiungere quel piccolo inciso al titolo della proposta espositiva dell’estate di Accademia Carrara che, dal 9 luglio al 17 ottobre, presenta l’eccezionale prestito dell’“Autoritratto giovanile” di Rembrandt proveniente dal Rijksmuseum di Amsterdam. Gli costruisce attorno una preziosa mostra-dossier che, navigando tra le collezioni del museo, mette l’accento su opere di suoi allievi o di pittori che al maestro si sono ispirati tra Sei e Settecento. Sperimenta, infine, un nuovo percorso nelle sale della Pinacoteca (“approfittando” della partenza per Shangai di un nutrito corpus di capolavori, per una mostra che apre in agosto) per incursioni tra opere mai esposte prima, incisioni, arti applicate e fotografie storiche. Il tutto a cura di M. Cristina Rodeschini e Paolo Plebani. A loro si deve l’aggettivo capace di riassumere la potenza dell’autoritratto eseguito nel 1628 circa da un Rembrandt ventiduenne: “magnetico”.

Piccola, anzi piccolissima la tavoletta esposta, meno di 23 cm di altezza per 19 di larghezza, eppure capace di sprigionare un’energia straordinaria: una lama di luce, i ricci capelli scarmigliati, gran parte del viso “affogato” nell’ombra. Ma nell’oscurità guizzano due occhi che puntano lo spettatore, che saettano la fierezza di chi sa di avere accesso ai misteri e ai segreti dell’invenzione.

Il bello, come sempre, è che la direzione indicata da una mostra è aperta a virate personali e associazioni impreviste. Così è stato quando il piccolo autoritratto ha condotto il mio pensiero non verso i suoi colleghi olandesi, e nemmeno verso quel Caravaggio con il quale, per la vita tormentata e la regia della luce, Rembrandt è stato spesso messo a confronto.

L’immagine che si è affacciata vivida nella mia mente mi ha guidato poco lontano dalla Carrara, in via Pignolo, alla splendida pala dipinta un secolo prima, nel 1521, da Lorenzo Lotto per la chiesa di San Bernardino. È dentro questo capolavoro di colore e di invenzione, che abita quell’incredibile angelo scrivano che, tutto preso dalle sue pagine, sentendoci entrare sospende il suo “saggio” e si volta istantaneamente verso di noi: la testa riccioluta, il volto in penombra, intercettato da una luce radente che svela due occhietti fulminanti, che ci ammoniscono a contemplare senza disturbare il divino “accamparsi” sotto una tenda svolazzante della Madonna col Bambino in compagnia dei santi.

Un altro inventore straordinario, Lorenzo Lotto. E, come Rembrandt, un genio atipico, “solo, senza fidel governo et molto inquieto de la mente”, come lui stesso si è definito.
“Materializzato” Lorenzo Lotto accanto a Rembrandt, ecco l’immaginazione suggerire un terzo volto. Quello di un artigiano che, una sessantina di anni prima del giovanissimo Rembrandt, ci trafigge con uno sguardo che racchiude tutto l’orgoglio e la rivendicazione della sua abilità nel mestiere: il “Sarto” del nostro Giovan Battista Moroni. Non è un caso che sia diventato icona del riscatto di un’intera categoria professionale. Con le forbici nella mano esibisce la stessa sicurezza determinata e un po’ spavalda di chi è cosciente del proprio talento, proprio come Rembrandt nell’eccezionale autoritratto di Amsterdam, che a 22 anni è già pittore affermato e ha una bottega avviata.

Giovan Battista Moroni, Il Sarto, 1565-70. Londra, The National Gallery

Lotto, Moroni e Rembrandt, così lontani nel tempo e nello spazio, ma con un sentire evidentemente comune. Già Roberto Longhi, nei suoi “Quesiti caravaggeschi: i precedenti”, dati alle stampe nel 1929, scrive di Lorenzo Lotto che “per tanti modi […] sembra un Caravaggio avanti lettera ancora nella prima metà del Cinquecento”, per poi aggiungere “Lasciamo stare il periodo magico del Lotto, quel suo momento di ‘sensiblerie’, di misticismo effettivo che […] pare imparentarsi col Grünewald e, nei contrasti drammatici di un colore sublimato dal lume, giunge, al di là del Caravaggio, fino alle soglie di Rembrandt […]. Quando i contrasti si placano, quelle ricerche di lume appaiono ritorni naturali delle antiche tendenze lombarde, e si palesano a un tempo in funzione di composizione e in supporto di verità”. E nel “Viatico per cinque secoli di pittura veneziana ”, edito nel 1946, conclude: “artisti come il Lotto, il Caravaggio, il Rembrandt, finiscono come dei vinti, quasi al bando delle società in cui si trovano a essere ospiti indesiderati, perché in contrattempo, perché più moderni di essa”.

Illuminante anche una nota di Mina Gregori che, nell’affrontare i vent’anni finali della parabola di Giovan Battista Moroni, quelli del cosiddetto “esilio” (che poi esilio non fu) ad Albino, scrive: “A partire dagli anni ’60 Moroni procede verso un approfondimento dei valori pittorici, ora non più rigogliosi nelle gamme cromatiche, ma attenuati: ad accompagnare un processo di interiorizzazione e di approfondimento psicologico che si riflette sulla tavolozza…Anche in passato questo momento di svolta di Moroni è stato ritenuto il punto più alto del suo percorso, e non credo di esagerare dicendo che si inserisce in una linea che da Lotto arriva direttamente a Rembrandt”.

Insomma, una mostra da vedere, da pensare, da immaginare. Per poi visitare (o rivisitare) le altre sale della Carrara nel rinnovato itinerario espositivo.

Sito Rembrandt a Bergamo

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