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“Casi Umani”, drag queen per conquistare la propria identità

Articolo. Il 7 agosto a Edoné Bergamo per Orlando un laboratorio di Toilet Club che proverà a esplorare oltre i pregiudizi il mondo culturale delle drag queen. Che non sono “travestiti” e nemmeno “pagliacci”

Lettura 3 min.

Di cosa parliamo quando parliamo di drag queen? Che cosa sappiamo veramente e cosa invece è frutto dei pregiudizi diffusi? In fondo di drag queen sappiamo poco, ad esempio usiamo con facilità la parola “travestiti” non sapendo che in realtà è un’altra cosa – anche perché dietro la scelta di essere una drag c’è spesso un percorso di consapevolezza di sé e accettazione.

Esiste anche per questo e non solo “Casi Umani”, un evento di Toilet Club Milano in forma di laboratorio che si svolgerà venerdì 7 agosto a Edoné all’interno del festival Orlando. “Quando cominciammo a pensarlo lo scorso settembre aveva tutt’altra forma. Poi è arrivata la pandemia e le regole per evitare la diffusione. Per questo sarà una versione rivista, non ci saranno scambi di vestiti e trucco, ma altri modi per riflettere e approfondire la tematica drag”, ci racconta Simone Facchinetti, uno dei responsabili di Toilet Club.

Specifichiamo subito un concetto: drag queen non significa solo fare spettacolo. “Piuttosto essere drag vuol dire cercare una consapevolezza di sé stessi, di chi si è veramente. L’idea più diffusa di drag queen riguarda l’intrattenimento, la drag che fa uno spettacolo in un locale. Dietro quei vestiti e quel trucco spesso eccentrici c’è però una ricerca dei propri gusti estetici e culturali, che ci formano come persone”.

Da tempo ormai il mondo arcobaleno “non è più solo omo, ma rappresenta una fluidità di identità e di generi che è alla base della ricerca della propria identità”. All’interno di questa realtà LGBTQI+ la drag queen rappresenta “un possibile territorio espressivo da esplorare, che però non riguarda né l’identità di genere né l’orientamento sessuale. Nel drag chi sta facendo un percorso di ricerca o chi ha bisogno di cominciarlo trova una comunità a cui appartenere, in cui riconoscersi”.

Attivo da più di dieci anni prima su Milano e poi anche a Bergamo (un appuntamento al mese a Edoné prima del covid), Toilet Club è una realtà che mescola intrattenimento e riflessioni sul mondo LGBTQI+ e oltre. “Siamo nati come circolo Arci nella periferia di Milano. Un locale che viveva soprattutto di notte, organizzando eventi aperti a tutti. Noi li definivamo ‘gay e etero friendly’ ma già allora ci basavamo molto sul drag”. Poi l’evoluzione verso “un’entità che organizza eventi in locali, ad esempio a Milano al Black Hole”. La formula prevede un lip show iniziale (le drag si esibiscono facendo lip-sync su brani famosi), “chiunque può esibirsi, basta solo prepararsi qualche giorno prima per entrare al meglio nel nostro contesto”, poi una nottata di dancefloor.

Tuttavia Toilet affronta spesso tematiche sociali, “quindi divertimento sì, ma anche valenza sociale. Aderiamo al Pride e ad altre manifestazioni sui diritti LGBTQI+, ma ci occupiamo pure di cause a 360°. Ad esempio di recente ci siamo esposti sul Black Lives Matter, quindi non solo questioni arcobaleno. Ora siamo attivi sulla legge contro l’omo e la transfobia”. Il gruppo è formato da una ventina di persone, “di cui almeno una decina sono drag”: a Edoné gli appuntamenti mensili erano “dei ritrovi da bar nel senso più positivo del termine, con un dj set e la possibilità di incontrarsi. Speriamo di poter riprendere presto con la programmazione”.

Intanto c’è “Casi Umani”, una specie di cartina al tornasole della percezione collettiva del mondo drag: “cominciamo col dire che questa percezione è cambiata molto rispetto ad alcuni fa. Le ultime generazioni di giovani sono molto attratte da questo universo, perché proviene da una cultura straniera, quindi molto più diffusa di quanto si pensi. Ad esempio ci sono delle serie tv che la raccontano molto bene”. Di conseguenza “quella visione della vita ristretta che porta certe persone a ridurre la drag queen a una mera esibizionista sta trovando una contronarrazione”. Ovvero di drag queen come “vera e propria arte. Può essere vissuta come una cosa da fare saltuariamente, oppure diventa un’autentica disciplina artistica. Ci sono drag queen che lo fanno di professione nell’ambito dell’intrattenimento”.

Per questo una drag queen può essere “un consulente aziendale o un idraulico, insomma ci sono persone di qualsiasi professione. Ma è più semplice che diventi drag chi è già vicino al mondo dell’arte e della creatività: designer, makeup artist, cantanti, attori, creativi in generale etc.”. La creatività infatti è un aspetto fondamentale, “significa lavorare molto sulla ricerca di un trucco e un’acconciatura per essere il più possibile originali. Parliamo della costruzione di personaggi over the top, vestiti e trucco sono spesso volutamente sopra le righe”. Poi c’è il tema dello spettacolo, di come prepararlo. “Fare la drag è generare un sogno nelle persone che stanno assistendo alla performance”.

È evidente l’ironia di un titolo come “Casi Umani”, che vuole restituire in forma di risata un’idea distorta sulle drag queen. In realtà però non è solo ironico il panorama drag: “Ci sono drag che vogliono fare riflettere e in un certo modo sono delle attiviste. Poi sicuramente ci sono drag che vogliono intrattenere divertendo. Ma esistono anche tutta una serie di sottoculture, punk, emo, gothic, con i loro immaginari che corrispondono ad abbigliamenti e trucco differenti. Sono possibilità che rendono più sfaccettato questo mondo. ‘Casi Umani’ serve anche per raccontare tutte queste differenze”.

Non rimane allora che svelare qualcosa di ciò che sarà l’evento del 7 agosto: “le regole covid da rispettare non ci permettono di scambiare abiti e trucchi. Apriremo con una presentazione di Toilet e del mondo drag, ovviamente invitando le persone al dialogo e al confronto. Le nostre drag saranno mescolate tra il pubblico e faranno una serie di interventi in cui mostreremo come si vive l’essere drag queen. Non saranno racconti di storie personali ma descrizione dei riferimenti culturali che hanno portato a un certo tipo di vestiario e di trucco, senza mancare di riflessioni”. La serata avrà anche una parte interattiva attraverso gli smartphone del pubblico, “faremo un questionario digitale, alla fine leggeremo e interpreteremo i risultati”. E chissà che alla fine, riflettendo sulle nostre identità, sui nostri gusti culturali e su chi siamo veramente, non capiterà di scoprire che in fondo in fondo siamo tutti un po’ dei “Casi Umani”.

Sito Festival Orlando

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