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L’amore e l’odio tra “La forma e la sostanza” di Roberto Robert

Articolo. Il giallo dello scrittore bergamasco racconta la storia di un killer di prostitute, su cui indagano la questura di Bergamo e uno studio privato di criminologia. Mescolando razionalità, fede, atmosfere torbide e fanatismo. Presentazione il 16 novembre (ore 18.30) alla Libreria Ubik di Bergamo

Lettura 3 min.

Bergamo non è certo Los Angeles e Roberto Robert non è James Ellroy, eppure c’è un qualcosa di intrinsecamente sporco ne “La forma e la sostanza”, quinto libro dello scrittore bergamasco dal titolo bellissimo ed elegante – il sottoscritto può candidamente confessare di averlo aperto e letto tutto d’un fiato proprio per il titolo.

Una storia di prostitute uccise ogni dodici giorni su cui indagano la commissaria Anna Ponzio e l’assistente Milena Muraro della questura di Bergamo, ma anche lo studio privato del criminologo Secondo Terzi, primo dei due personaggi-chiave del romanzo. Sempre elegante, distinto, affetto dalla sindrome di Charcot-Marie-Tooth (una patologia neurologica genetica che riguarda i nervi periferici del controllo, del movimento e sensoriali), Terzi si muove lento appoggiandosi al suo bastone, ma possiede acume e furbizia, anche quando si arrovella sui segni (numeri? Lettere?) lasciati sul ventre delle ragazze brutalmente ammazzate.

L’altro perno attorno cui gira la narrazione è don Roberto Vannucchi, prete toscanaccio mandato dalle parti di Paratico, dove fonda la Domus Errantium, una casa di accoglienza per tossici, prostitute, barboni e tutti coloro che hanno bisogno di una mano. Fuma, beve, dice parolacce e ha una certa insofferenza alle regole. Da quelle parti non lo amano perché insozza con i suoi disgraziati la tranquillità lacustre della zona e lui non fa nulla per farsi amare perché pensa alla sua unica missione: aiutare gli ultimi.

Alla storia principale s’intrecciano gli attriti fra la mafia nigeriana e quella dell’est Europa, che controllano ognuna il proprio business della prostituzione. Attriti che finiscono con l’omicidio di Ciprian Kaja, compagno di Olga Gorshkova, la maitresse russa che gestisce le ragazze provenienti dalla Romania e dall’est impoverito (mentre Aminah Nwobodo è la maman che con minacce e riti voodoo tiene in scacco le ragazze provenienti dall’Africa nera). Il fatto attira l’attenzione dei gagé sui traffici più o meno leciti della comunità rom, come spiega alle due nemiche Slavica Jankovic, la Regina degli Zingari. Ma il timore delle due mafie – come della polizia e dello studio di Terzi – è verso la figura misteriosa di un serial killer che uccide le ragazze sulla strada (a turno una bianca e una nera). Fino al punto di rottura di un omicidio dopo un mese e non più dopo dodici giorni, in un tentativo di depistaggio che sarà l’ennesimo tassello scabro di un puzzle insanguinato.

“La forma e la sostanza” è un romanzo avvincente, ben scritto e animato da personaggi delineati con efficacia. Fa annusare l’odore della terra, dell’asfalto e del sangue; rifugge da ogni perbenismo (brevilinea e agghiacciante la scena di uno stupro in casa nigeriana) e cerca la depravazione là dove non si direbbe mai.

In questo senso, l’opera di Roberto Robert è sì un giallo, ma potrebbe essere considerato a suo modo un giallo cristiano, dove la parola “cristiano” dev’essere intesa nella sua accezione più radicale, tutta incentrata sulla figura vitale ed eccessiva di don Vannucchi: “Oggi tanti si prodigano per la forma: le processioni, i crocifissi, le candele, i canti… ma quanti ne vedi che si fanno davvero carne? Quanti ne trovi disposti a sacrificare la propria vita per la sostanza, cioè gli altri? […] Quanti si sporcano le mani tra i malati, i derelitti, i rifiutati del mondo?” dice ad un certo punto a Secondo Terzi, in uno scontro tra razionalismo (“L’unica religione che professo è la ricerca della verità”, ripete il criminologo) e passione bruciante di un uomo che rischierà la sua stessa libertà per amore degli emarginati.

A dirla tutta Terzi e Vannucchi sono la faccia della stessa medaglia. Pagina dopo pagina sembrano rispondere alla loro inquietudine – per la malattia il professore; per indole e biografia travagliata il sacerdote – con i mezzi che hanno: lo studio, la razionalità, l’esperienza e l’intuito il primo; la fede al limite della legalità e dell’eresia il secondo. E alla fine sembrano trovare un punto in comune. Robert cala i due personaggi e gli altri di contorno in una Bergamo pre-Covid assai verosimile, dove l’attesa trepidante per la sfida Atalanta-Manchester City o il traffico generato dalle misure di sicurezza per l’arrivo di Mattarella a Bergamo entrano ed escono dalla storia aumentandone il gradiente realistico.

Lo scempio di quei corpi e il loro gelido rigor mortis gridavano: venite a prendermi se ne siete capaci”. Di un giallo non si svela il finale e nemmeno l’evoluzione della vicenda – condita da excursus culturali e anche da una ramificazione action in Romania – ma la forma e la sostanza sono, in fondo, due concetti filosofici che nel romanzo di Roberto Robert scartavetrano l’eterna battaglia tra bene e male, tra amore e odio depravato.

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