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Annie Londonderry, la ciclista protofemminista di cui non avete mai sentito parlare

Articolo. Mercoledì 12 agosto per Lazzaretto on stage e deSidera va in scena “Annie”, spettacolo che racconta la storia incredibile del primo giro del mondo in bicicletta in solitaria compiuto da una donna, nel 1894. Un’impresa che parla di emancipazione, mass media e riscatto sociale

Lettura 4 min.
(Foto di Marco Ragaini)

Ci sono personaggi straordinari che per un certo periodo di tempo sono famosissimi, ma dei quali a distanza di anni si è persa la memoria. Poi qualcuno ripesca la loro storia e ci si domanda: ma perché non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora?

L’ho pensato quando mi sono imbattuta in “Annie”, spettacolo teatrale di deSidera Teatro Festival inserito nella rassegna Lazzaretto on stage (mercoledì 12 agosto, 21,30, biglietto 7 euro). Marialice Tagliavini interpreta sul palco Annie Cohen Kopchovsky, conosciuta come Annie Londonderry, giovane ebrea americana di origini lettoni che nel 1894 abbandonò la famiglia per fare il giro del mondo in bicicletta in solitaria.

Raccontata così sembra un’impresa sportiva e romantica, ma fu soprattutto un’operazione imprenditoriale e mediatica. Cosa che non toglie un briciolo di fascino alla storia, ma anzi ci aiuta a comprendere meglio il periodo della penny press (la stampa popolare statunitense), della grande emigrazione transatlantica negli Usa, de “Il giro del mondo in 80 giorni”, delle suffragette e dei primi movimenti femministi.

Una scommessa forse mai esistita

(Foto Giona Mottura)

Come fu che Annie partì per il giro del mondo in bicicletta? La leggenda vuole che due gentiluomini bostoniani avessero scommesso fra loro sulla possibilità che una donna riuscisse a fare il giro del mondo a cavallo di una bicicletta, come dieci anni prima aveva fatto Thomas Stevens. Una disputa che faceva parte di un più ampio dibattito sulla (dis)parità tra i sessi. Secondo i giornali locali la ricompensa sarebbe stata dai 10mila ai 20mila dollari, ma non si sa con certezza se la scommessa sia mai esistita (non si conoscono i nomi degli scommettitori) o se fosse solo una trovata pubblicitaria.

Magari un’idea della stessa Annie, che all’epoca vendeva spazi pubblicitari per i quotidiani di Boston e non era mai salita su una bicicletta in vita sua (prese due lezioni, prima della partenza). Sposata con un ebreo ortodosso venditore ambulante, madre di tre bambini, all’epoca Annie Cohen Kopchovsky aveva solo 23 anni, viveva in un quartiere popolare di una città tendenzialmente antisemita, e aveva molta voglia di cambiare vita. Partì omettendo di avere una famiglia, sola con la bici – una Columbia da 19 kg con telaio ribassato – e i vestiti che aveva indosso, per un viaggio durissimo.

Il viaggio

(Foto Giona Mottura)

Prima tappa: Boston-Chicago. Annie partì il 27 giugno 1984, in gonna e corsetto. Arrivò a Chicago il 24 settembre: aveva perso 10 chili e il desiderio di continuare. Se la cavò cambiando bici – una Sterlyng, da uomo di 10 chili più leggera – e brevettando la prima divisa ciclistica femminile: pantaloncini a sbuffo appena sotto al ginocchio e scarpe con la suola di gomma. Proseguì fino a New York e da lì si imbarcò per la Francia, dove viaggiò da Parigi a Marsiglia. Si diresse poi a oriente: Singapore, Saigon, Hong Kong, Shanghai e poi il Giappone. Da lì prese la nave per San Francisco e percorse ancora gli Usa, fino a tornare a Chicago il 12 settembre 1895.

Annie è stata anche la prima atleta femminile della storia ad essere stata finanziata dagli sponsor, che cuciva sui suoi abiti. Cosa che le venne in seguito rimproverata. Alcuni giornalisti giudicarono “indecenti” le parti del corpo che Annie scelse di ricoprire.

La bici come strumento di emancipazione

(Foto Giona Mottura)

La bicicletta, in qualità di mezzo di locomozione individuale, era un grande strumento di libertà. Anche senza fare il giro del mondo. La donna che pedalava infrangeva le regole di comportamento femminile stabilite ed era vista come di “dubbia moralità”. Anche i medici sconsigliavano l’uso della bicicletta perché avrebbe potuto causare sterilità. “Annie venne definita androgina, rappresentante del terzo sesso”, spiega Marialice Tagliavini. Inoltre, per andare in bici bisogna in qualche modo scoprire le gambe, perlomeno caviglie e polpacci, e la cosa era oltremodo indecente.

Nel reportage di viaggio di Annie Londonderry, pubblicato il 20 ottobre 1895 su “The World” abbondano i toni sensazionalistici e le avventure mirabolanti, ma il dettaglio che più mi ha fatto sorridere è proprio quello sui calzoncini che scelse di indossare, straordinario strumento di emancipazione:

Mi sono accorta presto che il tanto disprezzato indumento era l’unica cosa pratica da indossare (…). Quando mi ci sono abituata, ho percepito un grado di indipendenza mai sperimentato prima. Credo fermamente che, se avessi indossato le gonne, non sarei riuscita a completare il viaggio. Non dovete pensare che abbia perso le attenzioni riservate, si suppone, a un certo abbigliamento femminile. Sono stata trattata con cortesia ovunque e, a beneficio delle mie sorelle che esitano a indossare i calzoncini, confesserò che ho ricevuto non meno di duecento proposte di matrimonio. Non tenterò di valutare quante fossero degne di seria considerazione.

Il rapporto con la stampa

(Foto Marco Ragaini)

Se all’inizio, ad attrarmi, era la tematica dell’emancipazione femminile, poi mi sono focalizzata sul triangolo fra Annie, la stampa e il pubblico. Un rapporto di interdipendenza fra tutte le parti”, racconta Marialice Tagliavini, che dello spettacolo è protagonista e ideatrice.

Nella sua corsa febbrile all’interno di una società avida di personaggi eroici, Annie non esitò a imbrogliare: utilizzò più di una volta il treno al posto della bicicletta e mentì spesso durante le conferenze che teneva in giro per il mondo, incantando le folle con i racconti di imprese mai accadute. “Era un’epoca in cui si poteva mentire più facilmente, Annie ha affascinato tanti giornalisti che, anche se ne scoprivano le menzogne, sono stati al gioco, per dare un idolo al pubblico”.

Annie stessa intraprese la carriera giornalistica, trasferendosi a New York con la famiglia e occupandosi anche di cronaca nera. Spesso si firmava Nellie Bly Junior, a testimoniare la sua ammirazione per la grande pioniera del giornalismo investigativo.

L’invenzione di sé

Nei suoi viaggi per il mondo – perché, bicicletta o meno, percorse davvero un’incredibile quantità di chilometri – Annie adottò una quantità di identità diverse, nessuna che somigliasse alle sue umili origini. In Francia si descrisse come un’orfana e ricca ereditiera, come una studentessa di Harvard, come la nipote di un senatore americano. In America raccontò di essere andata a caccia di tigri in India e di avere conosciuto le prigioni giapponesi.

Annie Londonderry era una minoranza sotto molti punti di vista: donna, lettone, ebrea, emigrata, povera. “Viveva in un quartiere popolare, il marito vendeva stracci al mercato, per potere uscire da quell’ambiente poteva solo mentire. Per questo, ma anche per gioco, si creava questi alter ego. In più aveva una grande capacità di sapersi vendere e attirare attenzione su di sé”.

Lo spettacolo

Annie è uno spettacolo nato circa quattro anni fa, leggendo la biografia del pronipote di Annie, Peter Zheutlin “Il giro del mondo in bicicletta”. Era una storia talmente incredibile che mi era sembrato strano non si conoscesse di più – racconta Marialice Tagliavini – Colleghi registi mi hanno incoraggiato e così è nato questo monologo”.

Le gesta di Annie Londonderry sono narrate con una cifra onirica, volutamente scevra da ogni realismo, al fine di mettere in luce il valore simbolico di questa storia, che ha ispirato i movimenti femministi dell’epoca. In scena pochi oggetti: la bicicletta, la macchina da cucire (come simbolo domestico) e una foresta di megafoni, che rappresentano la stampa, cioè il mezzo di comunicazione dell’epoca. Un’ora si compone di vari quadri di questa avventura.

Lo spettacolo, a cura di Teatro de Gli Incamminati, dura 75 minuti ed è adatto a un pubblico adulto. È uno spettacolo bilingue: essendo nato sotto il nome della compagnia svizzera la Cavalcade en Scène esiste anche una versione francese del monologo, che ha girato la Svizzera.

A momenti intimisti si alternano frangenti in cui Annie racconta le sue avventure al pubblico. Gli spettatori in sala evocano il pubblico delle conferenze che Annie tenne in tutto mondo, incantando la platea con la sua presenza e garantendosi in cambio un cospicuo ritorno economico.

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