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Adina, Marie e Medea: il Donizetti Opera è tutto al femminile

Articolo. Sono le protagoniste delle opere previste in cartellone per l’edizione 2021 del festival dedicato a Gaetano Donizetti. Tre donne che nulla hanno in comune, ma in grado di rappresentare modelli femminili e al contempo rifiutarli. In un articolata narrazione tipica dello stile operistico, che lascia aperto il campo a diverse prospettive

Lettura 4 min.

La settima edizione del Donizetti Opera, festival internazionale dedicato al compositore bergamasco, si svolgerà al Teatro Donizetti e al Sociale di Bergamo, “Città di Gaetano Donizetti”, dal 18 novembre al 5 dicembre 2021. Tre i titoli operistici presentati: “L’elisir d’amore” (19 e 28 novembre, 5 dicembre) e “La fille du régiment” (21 e 26 novembre, 3 dicembre) di Donizetti e “Medea in Corinto” di Giovanni Simone Mayr (20 e 27 novembre, 4 dicembre), che di Donizetti su maestro.

C’è la consuetudine a considerare l’opera come un mondo cristallizzato, di altri tempi. Intriso di istanze irremovibili, regole e comportamenti desueti. Eppure, se Euripide può essere considerato attuale e passibile di osservazione critica, perché non dovrebbe esserlo la Medea di Mayr, scritta nel primo ottocento? Quel che sappiamo è che l’arte non è categorica, non impone un solo – accettabile – punto di vista. Partendo proprio dall’essenza dei personaggi che la compongono, è possibile ritrovare nell’opera una varietà infinita di comportamenti umani, funzionali o meno, in grado di risuonare nella nostra esperienza, permettendoci una visione personale, che nulla ha a che fare con la formazione in materia.

Così, quello che segue, vuole discostarsi dall’analisi. Non parleremo di musiche, né di interpretazione, regia, o allestimento; cercheremo, invece, un punto di vista “umano”, per capire cosa possono comunicare alla società contemporanea le tre protagoniste: Adina, Medea e Marie.

Adina – “L’elisir d’amore”

Melodramma giocoso in due atti, musica di Gaetano Donizetti. Prima rappresentazione il 12 maggio 1832 al Teatro della Cannobiana di Milano.

ADINA: “Per guarir da tal pazzia,
ché è pazzia l’amor costante,
dêi seguir l’usanza mia,
ogni dì cambiar d’amante.
Come chiodo scaccia chiodo,
così amor discaccia amor.
In tal guisa io rido e godo,
in tal guisa ho sciolto il cor.”

La vicenda

I contadini stanno riposando nei campi, mentre la fittavola Adina legge loro la storia di Tristano che, innamorato di Isotta, ricorre a un filtro magico per farla innamorare. Mentre il contadino Nemorino sogna di trovare quell’elisir per poter conquistare Adina, arriva al paese il sergente Belcore. Che corteggia Adina e le propone di sposarlo, ma lei temporeggia. Segue un dialogo tra Adina e Nemorino in cui la donna spiega come l’amore fedele e a lungo termine sia per lei “una pazzia”. Nemorino beve l’elisir (in realtà è del semplice vino comprato da un truffatore) e si ubriaca fino a diventare disinvolto e indifferente nei confronti di Adina, che ne resta destabilizzata. Quando alcune ragazze del paese iniziano a corteggiare Nemorino, Adina si ingelosisce e dichiara finalmente il suo amore all’uomo.

La prospettiva

Analizzando in prima battuta la figura di Adina, vediamo una ricca ereditiera, abituata a essere osservata ed invidiata, tanto da mettersi completamente in discussione quando qualcuno rimane indifferente alla sua presenza. Di fronte a questa sicurezza d’animo, il “povero” spasimante Nemorino appare goffo e inadeguato, un ingenuo dai modi vagamente ridicoli, così disperato da provarle tutte pur di conquistarla. Di lei cogliamo la fermezza, il carattere forte e l’irremovibile fiducia in se stessa, che però la storia sceglie di far vacillare quando diminuisce l’altrui consenso.

Oggi questa storia può essere ancora considerata attuale nell’analisi delle tematiche del rispetto. Se vogliamo esaminare la vicenda attenendoci ai fatti, l’elemento principale è la non accettazione del rifiuto da parte di Nemorino. Nel primo atto, Adina rivela infatti di non essere interessata a promesse d’amore, ma il crollo delle proprie certezze la portano successivamente a mettere in discussione ciò in cui aveva sempre creduto.

L’elisir viene eretto a metafora dell’amore simbolico, che incurante di ogni ragionevole aspettativa, subentra sconvolgendo le carte. Così, l’audace e forte Adina, si innamora solo quando la sua determinazione rivela delle comuni fragilità. La retorica del lieto fine mette in pace gli animi e vince su tutto, certamente per la gioia di Nemorino, che ha ottenuto la promessa, ma anche per quella di Adina?

(19 novembre, Teatro Donizetti, biglietti qui)

Medea – “Medea in Corinto”

Melodramma tragico in due atti, musica di Johann Simon Mayr, libretto di Felice Romani. Prima rappresentazione il 28 novembre 1813 al Teatro San Carlo di Napoli.

MEDEA: “Fuori di me. Tutto il piacere gustai
Della vendetta; di Creusa intesi
L’ultime strida: l’abborrito sangue
Bevea cogli occhi: ero contenta allora
Pur non è sazia la mia sete ancora”

La vicenda

Il regno di Corinto esulta per le prossime nozze tra il principe Giasone e Creusa. La felicità generale viene però oscurata dalla presenza di Medea, moglie abbandonata di Giasone, famosa e temuta maga. Durante il matrimonio, Medea rovescia l’altare sacro, interrompendo il rito e profanando il tempio. In seguito, manda i suoi figli per offrire in regalo a Creusa la sua veste nuziale, intrisa di un potente veleno mortale. Creusa, indossandola, muore tra atroci dolori. Non ancora esauritasi la sua sete di vendetta, Medea uccide i figli che ha avuto da Giasone e fugge verso Atene, mentre il regno di Corinto viene sconvolto dalle sue magie.

La prospettiva

Anche in questo caso il tema centrale è il rifiuto amoroso ma, a differenza dell’opera precedente, il personaggio di Medea risale al mito della letteratura ellenistica. L’opera originale di Euripide nasce come critica alla cultura androcratica, al governo dei maschi, dove però si ammette come la perfida crudeltà della natura umana sia priva di genere e possa emergere in maniera violenta e oscura, specialmente se innescata dall’offesa.

Medea è un personaggio straordinariamente umano nella rappresentazione complessa del carattere; in una perfetta opposizione tra razionalità e impulsività emotiva. I suoi comportamenti, estremamente contradditori, distruggono ogni limite tra il bene e il male, costringendoci ad una riflessione su aspetti ancestrali, sconsiderati ed estremi, della personalità. Nell’ossessiva ricerca di una vendetta che sani il suo dolore, Medea dimostra una lucida razionalità sconvolgente, pienamente consapevole della realtà che la circonda.

(20 novembre, Teatro Sociale, biglietti qui)

Marie – La Fille du régiment (h3)

Opéra-comique in due atti, musica di Gaetano Donizetti, libretto di Felice Romani. Prima rappresentazione l’11 febbraio 1840 al Teatro opéra-Comique di Parigi.

“MARIE: […] Fra le gemme e i tessuti non trova
pace alcuna il mio lungo penar.
Esser bella a che dunque mi giova
se ogni pace vien tolta al mio cor?
Per sì fatal contratto tutto è letizia intorno,
la mia sventura io compirò in tal giorno...
(suona una fanfara militare)
Ma cosa sento io mai?
Ciel!... ah, m’illudessi!
Questa marcia guerriera...
Ah, son pur dessi!
Oh, trasporto! oh, dolce ebbrezza!
Son gli amici del mio cor. […]”

La vicenda

Marie è una giovane orfana adottata del reggimento. Fu allevata dai soldati dal momento in cui il padre, il capitano Robert, morì (da qui il titolo “La Figlia del Reggimento”). Marie è intraprendente e coraggiosa, tanto che nel secondo atto si ribella all’aristocratica madre, che aveva combinato il suo matrimonio, sposandosi con l’amato Tonio.

La prospettiva

“Femminile” e “maschile”, pregiudizi e convenzioni da una parte e istinto e consapevolezza dall’altra, si incontrano e si scardinano in questa opera dal taglio talvolta parodistico. L’amore non è soltanto un’idealizzazione romantica dei sentimenti, ma si manifesta attraverso le scelte e nei legami, guidato da amicizia, radicamento e attrazione.

Nell’ottica degli studi di genere, Marie, la fille du regiment, sbaraglia le convenzioni con grande anticipo storico, dimostrando come tutto sia frutto di una costruzione sociale. Considerata un “maschiaccio” dalla società, rivendica la sua identità e le sue scelte senza timore e non cede di fronte a nessuna forzatura dettata dalle sovrastrutture del mondo in cui è inserita.

(21 novembre, Teatro Donizetti, biglietti qui)

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