Quella con Daniela Giordano è la terza intervista del progetto editoriale che vuole fotografare il sistema culturale della città di Bergamo. Direttrice del Politecnico delle Arti, Giordano guida una realtà giovane e in trasformazione, nata dalla fusione tra il Conservatorio «Gaetano Donizetti» e l’Accademia di Belle Arti «Giacomo Carrara» e oggi impegnata a consolidare identità, offerta formativa e ruolo nel sistema dell’alta formazione artistica e musicale.
L’intervista si muove dentro questa prospettiva: capire come il Politecnico delle Arti stia diventando non solo uno spazio di formazione, ma un’infrastruttura culturale capace di accompagnare, educare e orientare le trasformazioni artistiche dei giovani artisti. Arriva dall’aula accanto alla direzione il suono di un pianoforte che accompagna l’intera conversazione. È un suono che racconta già molto del Politecnico delle Arti: un’istituzione in cui la formazione non è separata dalla pratica.
LL: Dalla sua nascita, tre anni fa, a oggi il Politecnico delle Arti è cresciuto in modo costante e i corsi attivi hanno superato quota cento. Cosa racconta questa evoluzione sulla domanda di formazione artistico-musicale?
DG: Prima dell’unione, l’Istituto «Donizetti» e l’Accademia di Belle Arti avevano una loro forte tradizione: sono due istituzioni culturali importanti della città di Bergamo e possedevano già una loro identità. Con l’esperimento della fusione nel Politecnico e soprattutto con la statizzazione si è aperta una fase nuova. Con la statizzazione avvenuta a gennaio 2023 c’è stato un grande aggravio a livello gestionale: abbiamo dovuto costruire da zero molte impalcature, strutture gestionali che prima erano diverse o addirittura delegate ad altri uffici. Ma, allo stesso tempo, ci sono state molte opportunità in più, perché, essendo statali, siamo entrati a pieno titolo nel sistema AFAM (Alta formazione artistica e musicale, ndr) che dà non soltanto un’identità culturale, ma anche un’identità statutaria all’istituzione, al Politecnico delle Arti. Da ciò ne sono derivate grandi opportunità e abbiamo cercato di coglierle tutte per arricchire l’offerta formativa e far diventare il Politecnico una realtà riconosciuta anche a livello nazionale, oltreché un modello di riferimento. Tutti questi potenziamenti, insieme ai progetti intercettati anche attraverso i bandi del PNRR e ai percorsi di internazionalizzazione, hanno generato un vero fervore e nuove opportunità per i ragazzi. Ciò ha portato a una crescita non solo numerica ma anche qualitativa dell’intero sistema Politecnico.
LL: La trasformazione dell’offerta formativa sembra indicare anche un cambiamento dei linguaggi e delle professionalità: in ambito musicale crescono gli ambiti pop-rock accanto a discipline classiche come musica da camera, ma anche percorsi legati alle visual cultures e alle pratiche interdisciplinari. Quali bisogni espressivi e professionali stanno emergendo?
DG: Prima le istituzioni di formazione artistica e musicale erano maggiormente legate alla tradizione; oggi si cerca di custodire quella tradizione, ma con uno sguardo più ampio sul contemporaneo. L’Accademia di Belle Arti aveva già in parte questa vocazione, mentre il Conservatorio aveva forse un’impostazione più tradizionale, e quella dimensione, pur restando assolutamente fondamentale, negli ultimi anni ha conosciuto una forte contaminazione con i nuovi linguaggi. Questo rappresenta, forse, il salto, il passo in avanti compiuto in questi anni. Il contesto culturale contemporaneo, poi, ha già una forte propensione alla contaminazione artistica: molto spesso i nostri studenti arrivano nelle stagioni concertistiche, nei teatri o nelle gallerie e incontrano una realtà professionale che presenta proprio queste caratteristiche. Se durante il percorso formativo hanno potuto frequentarle, arrivano più forti: non solo con la creatività ma anche con la capacità di costruire progetti. Imparare e formarsi in modo interdisciplinare offre quindi una marcia in più nel mondo del lavoro: significa arrivare con più competenze e con una maggiore consapevolezza dei bisogni espressivi e professionali che oggi emergono.
LL: La mobilità degli studenti e dei docenti, nazionale e internazionale, riguarda sempre più l’intero Politecnico delle Arti e non solo i singoli percorsi. In che modo questi flussi stanno ridefinendo il ruolo dell’istituzione come polo formativo integrato nel panorama AFAM?
DG: Da quando è nato il Politecnico è aumentata anche la presenza di studenti fuorisede. Il fatto di caratterizzare l’offerta formativa, insieme alla presenza di docenti selezionati e di grande livello, crea un maggiore movimento: si sceglie di studiare qui per un determinato professore e si sceglie di studiare qui perché c’è quella specializzazione. Questa caratterizzazione dell’offerta formativa rende più agevole la mobilità. A questo si aggiunge l’ingresso e il rafforzamento nel sistema Erasmus: abbiamo implementato il programma, attivato convenzioni e stiamo cercando di svilupparne anche extra-europee. È aumentata la mobilità degli studenti e, attraverso i progetti, siamo arrivati a costruire accordi con altri istituti. Per uno studente del 2026 questo è un elemento fondamentale: sapere di poter essere sostenuto in progetti e percorsi di mobilità internazionale è un quid decisivo. In questo senso, i flussi di mobilità stanno ridefinendo il Politecnico come un polo formativo realmente integrato nel sistema AFAM, capace di connettere specializzazione, relazioni e apertura internazionale.
LL: La crescita degli iscritti e l’aumento degli studenti provenienti da altri territori o altre nazioni possono richiedere un nuovo rapporto con la città. Che cosa significa per Bergamo ospitare una comunità studentesca artistica sempre più ampia e diversificata. E quali effetti produce sul tessuto culturale locale?
DG: Sicuramente questa è un’opportunità anche per la città di Bergamo, non soltanto per il Politecnico. In «Tono Festival», per esempio, c’era una delegazione di circa ottanta persone tra studenti e docenti, arrivati da tutta Europa per residenze artistiche. Molto spesso gli studenti poi si spostano e visitano altre realtà universitarie: si genera così un movimento importante perché la relazione umana è ciò che crea sinergie e può attivare anche nuovi processi creativi. Non abbiamo ancora numeri che richiedano un’emergenza legata a studentati e accoglienza: stiamo crescendo e, per il momento, la città riesce ad assorbire questa presenza. Ci sono studenti fuorisede che si organizzano, come accade in tutte le città universitarie, e questo rende più vivace anche la vita economica e sociale della città, perché chi arriva porta con sé esperienze, abitudini, culture diverse. È un processo senza confini, perché riguarda le nuove generazioni: se un tempo era più difficile spostarsi da una città all’altra, oggi la mobilità è naturale e il mondo appare più vicino.
LL: Se si osserva il Politecnico nella prospettiva del suo impatto culturale e professionale, quali percorsi prendono i diplomati in termini di lavoro, tempi di inserimento e scelte di permanenza? Quale idea di ecosistema creativo contribuisce a generare?
DG: Il mercato del lavoro è molto diverso tra arti visive e musica. I musicisti, soprattutto quelli con un’impostazione più classica e performativa, molto spesso, se ben preparati e formati, affrontano subito audizioni per le orchestre, non soltanto nazionali ma anche internazionali. Abbiamo studenti che, di recente, sono entrati nella Akademie dei Berliner Philarmoniker ; altri hanno collaborato con la Concertgebouw Orchestra di Amsterdam. Abbiamo inoltre intensificato i rapporti con la Fondazione Teatro Donizetti: spesso si aprono opportunità di collaborazione e questo consente agli studenti di mettere un primo piede nel teatro già come professionisti. Alcuni scelgono percorsi diversi, perché le professioni della musica sono molte: abbiamo attivato una classe di composizione e un dottorato in produzione e management delle arti e dello spettacolo, lavorando anche sulle professioni organizzative e sulla progettazione di eventi. Per l’Accademia, invece, sono fondamentali i contatti con le gallerie: la sinergia con la GAMeC è molto forte. Quando c’è un artista ospite della GAMeC diventa spesso ospite anche della Carrara, e questo crea contatti importanti: gli studenti vengono notati, si aprono opportunità per esporre. L’obiettivo è creare una connessione solida con il mondo del lavoro, così che gli studenti possano sperimentare presto e iniziare a percepirsi non più soltanto come studenti ma come professionisti. In questo modo si genera un ecosistema creativo fatto di relazioni, occasioni e continuità tra formazione, produzione e professione.
LL: Quale visione guida oggi il Politecnico nel suo sviluppo e nel ruolo che può avere nel sostenere le trasformazioni artistiche ed educative del sistema culturale?
DG: Adesso sto concludendo il mandato: è stato un triennio faticoso, perché c’era molto da costruire, ma la visione è sempre stata chiara e, per fortuna, condivisa. Abbiamo un corpo docente composto da professori che sono al contempo professionisti e artisti molto validi. Per uno studente non è significativo solo ascoltare la lezione, ma sapere che quel docente tiene un concerto, una mostra, un convegno, una produzione in un festival. Questo rappresenta un exemplum forte. Questi tre anni sono stati impegnativi anche dal punto di vista organizzativo e istituzionale, perché molte strutture erano da costruire da zero. Guardando al futuro, sono fiduciosa che il focus potrà concentrarsi sempre di più sui contenuti: produzione artistica e, soprattutto, ricerca. La ricerca è un ambito a cui tengo molto: rappresenta una novità nel sistema AFAM ed è il campo in cui si sperimenta, si prova, si fallisce, si comprende quale direzione intraprendere. I dottorati attivati sono sfide importanti che accompagneranno il Politecnico delle Arti nei prossimi anni. Per il resto, si prosegue in questa direzione: consolidare quanto costruito, rafforzare contenuti e ricerca, continuare a lavorare con uno sguardo aperto.
