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La galassia delle Compagnie a Bergamo negli anni ’80

Articolo. Il racconto di un padre a un figlio su cosa significava essere adolescenti poco meno di quarant’anni fa. Fare le “vasche”, fregarsene della politica e strappare un bacio alle ragazze

Lettura 9 min.

Lorenzo si fermò improvvisamente proprio a metà della via, fissando per terra.
Cosa c’è papà? gli chiese Riccardo, giratosi dopo essere andato avanti di qualche passo.
Lo sguardo del padre era perso dietro a qualcosa, qualcosa che solo lui poteva vedere. Riccardo conosceva questo lato di suo padre, spesso sognatore e spesso malinconico. Talvolta insieme, come in quel momento. Osservando Lorenzo, infatti, si scorgeva nel suo sguardo quella piccola luce crepuscolare che si accendeva quando parlava del suo passato. Riccardo tornò indietro e lo affiancò di nuovo.

“Avevo la tua età” disse Lorenzo, senza staccare gli occhi dalla sua visione “quando mi trovavo qua con i miei amici.”
La Compagnia della Catena.
Riccardo scrutò dove teneva gli occhi suo padre.
“C’era una catena qua?”
Sì, Ricky.

Lorenzo spiegò che la pavimentazione era diversa, c’erano i marciapiedi e per terra l’asfalto; era una strada come le altre. Le auto quindi transitavano, ma solo la sera. La famosa catena stava infatti a penzoloni tra due pesanti paracarri – proprio lì, disse indicando con il dito una linea immaginaria - e impediva l’accesso di giorno alla parte di via Venti Settembre che stava dietro. Riccardo seguì con gli occhi le parole del padre che scivolavano lungo la via.

“E, dopo la scuola, noi ci trovavamo qui.”
La Compagnia della Catena, ripeté Riccardo.
Lorenzo fece di sì con il capo, sorridendo al figlio.
Erano gli anni Ottanta, concluse Lorenzo.
“Una compagnia era una specie di banda?”
Grossomodo sì.
“Come funzionava?”
“Facevamo quello che fanno tutti i ragazzi della tua età.”
Chiacchiere, scherzi, canti, feste, risate, giochi.
“Spesso conoscevamo gente che passava di qui.”
Stavamo insieme.
Crescevamo insieme.

“C’erano anche ragazze?”
Certo!
“Per lo più ci si fidanzava nella compagnia.”
Altrimenti si portava “in compagnia” la propria ragazza, specificò.
La risatina di Riccardo era più di sconcerto che di divertimento.
“Avete anche voi le … compagnie?” chiese Lorenzo, cominciando a camminare verso il Comune.
“A chi parli?”
“Insomma…i ragazzi di oggi.”

Riccardo allargò le braccia. Una domanda inusuale da parte di suo padre, più interessato in genere a grandi questioni filosofiche o eventi storici. Rispose che alcuni amici e amiche si vedevano davanti a dei locali ma che lui ignorava se fosse la stessa cosa.
“Io non sono vincolato da una compagnia.”
Ho tanti amici e vedo chi voglio.
“Quando ci vogliamo incontrare, ci mettiamo d’accordo su Whatsapp.”
Lorenzo annuì.
“La compagnia per noi non era un vincolo…” replicò, rimanendo in sospeso.
O meglio, sì lo era.
“Ma era un legame simpatico.”
Anche l’amore è un legame, no? domandò Lorenzo un po’ retoricamente. Ciò nonostante, è piacevole.
“C’era cameratismo, le prime esperienze insieme.”
“Parli di … sesso?” chiese suo figlio con uno sguardo birichino.
Risata del padre.
Sì e no!
“Allora le ragazze” spiegò “erano meno disinibite di oggi.”
Baciare era già una conquista.
“Limonavate almeno?” chiese ancora, ridacchiando, Riccardo.
Ancora il padre rise di gusto.
“Beh, quello almeno sì.”
Sei stradivertente! Stavolta rise Riccardo.
“Ma la mamma non ci aspetta alla Rotonda dei Mille?” chiese, accorgendosi della direzione presa dal padre.
Ci stiamo andando, disse quest’ultimo.
“Ma facciamo un giro più lungo sul Sentierone per fare due chiacchiere insieme.”
A proposito, perché si chiama così? chiese Riccardo.
“Nei secoli passati” chiarì Lorenzo, qui “esisteva un sentiero che collegava la Vecchia Fiera di Bergamo – una zona commerciale dove adesso c’è il Quadriportico – e l’inizio di via Venti Settembre.”
Nessuna casa, nessun palazzo. In mezzo non c’era niente, solo il sentiero.
Il Quadriportico è il Balzer?
Lorenzo sorrise bonariamente.

“A scuola dovrebbero insegnarvi anche qualcosa della nostra città, Ricky.”
Spiegò che il Quadriportico era il complesso architettonico tra Piazza Dante e il Teatro Donizetti che ospita molti locali e negozi, tra i quali Balzer.
Comunque, riprese il discorso.
“Ce n’erano tante, di compagnie” disse ancora, guardandosi in giro.
Una galassia esclamò.
“In un territorio tutto sommato piccolo.”
Il Centro di Bergamo.
“Viaggiare non era facile come oggi, Ricky.”
Del resto, nessuno ne faceva una malattia.
“Ci si contentava di una vita spensierata nella propria città.”
Eravamo felici di appartenere a una piccola tribù di una piccola città.
“Ecco!” gridò, inchiodatosi davanti al monumento a Vittorio Emanuele “Lì c’era la Compagnia del Monumento.”
“Là in fondo” disse, indicando il Caffè Donizetti nel fianco del Teatro. “Si riuniva la compagnia del Donizetti.”

Il capo era il Manci, una simpatica testa calda, un attaccabrighe sempre pronto a scontrarsi con tutti, ma eravamo amici. E poi c’era la Jessica, una delle ragazze più belle della città.
“Più in su, proprio dopo il Teatro” aggiunse, estendendo il braccio verso un punto più lontano “c’era la Compagnia dei Cigni, nella zona del Monumento di Donizetti.”
Ragazzi a posto.
“Erano più grandi di noi.”

La prima compagnia del Centro: pareva che fosse nata addirittura nel lontano 1978. L’altra compagnia storica era stata quella del Viale, anche loro più su d’età. Il nome veniva dal locale che frequentavano, il Caffè del Viale in viale Vittorio Emanuele. Ovviamente una delle zone chic e danarose.
Naturalmente, spiegò, il punto focale - il groove - era qui, in via Venti Settembre e giù fino a Piazza Pontida. Dove tutti facevano la vasca.
Il verso di stupore di Riccardo obbligò Lorenzo a spiegare che si trattava della passeggiata nel groove. Quando si era in compagnia – altra espressione importante – fare la vasca significava camminare su ed in giù per via Venti Settembre senza una vera e propria meta, giusto per vedere gente, farsi vedere e passeggiare con gli amici.

“Ignoro chi abbia inventato l’espressione” disse ridacchiando Lorenzo “forse perché è una zona in leggera discesa, chissà.”
“Le compagnie erano tutte fieramente indipendenti ma c’erano spesso pacifiche incursioni dalle compagnie più lontane verso quelle più vicine al groove.”
E poi c’erano alcuni ragazzi che gravitavano su più compagnie.
“Ogni tanto qualcuno cambiava casacca!”
Soprattutto per amore.
Riccardo si lasciava trasportare dal racconto. Suo padre era un impareggiabile narratore e un tremendo affabulatore.
“Adesso risaliamo per via Crispi” disse Lorenzo, virando a sinistra e attraversando la parte più larga di via Venti Settembre.
Giunti a metà della via - stretta, leggermente in salita e collegamento tra il Sentierone e la Rotonda dei Mille - Lorenzo si fermò davanti a un cancello chiuso.
“Lo vedi questo parchetto?”
Riccardo squadrò la cancellata che custodiva un piccolo parco con giochi per bimbi.
“Adesso il cancello è chiuso perché nel parco si entra solo da via Venti Settembre.”
Invece in quegli anni era aperto e lì, narrò Lorenzo, si trovava la Compagnia del Parchetto. I suoi occhi accarezzarono qualcosa che non c’era più ma del quale restava un’aura che solo lui riusciva a captare.
“E questa era la tua compagnia, vero?” chiese Riccardo, osservando il viso del padre.
Lui annuì con qualche lento movimento del mento, ma senza dire nulla.

L’attenzione di Riccardo si spostò dentro il parco, dove in quel momento i bimbi giocavano con mamme e nonni. Cercò di immaginarsi suo padre, alla sua età, con i suoi amici. A ridere, fare il bulletto, provarci con le ragazze, a ostentare spavaldamente l’energia della sua dorata gioventù.
“Io, il Rosati, il Darold ed altri due o tre” riemerse Lorenzo dai suoi ricordi “l’avevamo fondata qui.”
Nei tempi d’oro saremo stati una cinquantina.
La smorfia di incredulità di Riccardo fece ridere suo padre.
Per fortuna il parco non era molto frequentato.
“Così era tutto nostro.”
Era casa nostra.

Su una piccola collinetta in alto a destra, mostrò con un cenno della mano, ci si imboscava – altro termine del tempo – con una ragazza.
“Era l’angolo più discreto.”
Vieni.
Fatto qualche metro più su, sempre salendo leggermente, arrivarono alla Rotonda dei Mille con la statua di Garibaldi. La madre non era ancora arrivata.
“Dopo un po’ di tempo” continuò “ci siamo spostati qui, fuori da questo bar – il bar Duse - ma il nome è rimasto uguale.”
Il Parchetto sottolineò.
“Quindi tu venivi qui tutti i giorni, nella Compagnia del Parchetto.”
Lorenzo scosse il capo.
“Io venivo al Parchetto” rispose quasi con rimprovero.
Oppure si diceva in compagnia se si stava parlando della propria.

Ogni compagnia era un microcosmo con la sua vita sociale: il capo o i capi (di solito il fondatore e chi era più carismatico), quelli calmi e i picchiatori, quelli sempre in cerca di donne e quelli accasati; c’erano le ragazze casa e chiesa e le seduttrici; c’erano i sedentari, sempre immobili in compagnia, oppure i girovaghi, sempre in giro come api di compagnia in compagnia; c’erano quelli amanti delle P.R., gli organizzatori di feste o attività e chi teneva le relazioni con le altre compagnie. Naturalmente, tra compagnie c’erano talvolta rivalità oppure gemellaggi. Perché, in effetti, ogni compagnia aveva una sua indole. Poteva essere conciliante, con la voglia di star bene insieme senza preoccuparsi degli altri; oppure altezzosa, con un sentimento di superiorità sulle altre; oppure addirittura aggressiva, con sconfinamenti in territorio altrui.

All’interno delle compagnie, generalmente aleggiava una sorta di amichevole armonia; la vita interna scorreva tranquilla anche perché nessuno affrontava discorsi troppo seri né vi portava politica o religione. Tutto era abbastanza facile. Non esistevano immigrati stranieri ed erano tutti più o meno benestanti, le relazioni tra maschi e femmine erano tutto sommato alla pari.

“Devo ammettere che c’era molta omologazione.”
“Era facile entrare in una compagnia?” chiese suo figlio.
Lorenzo oscillò il capo. Mica tanto.
Era facile per un figo.
“E come si faceva ad essere figo?” chiese Riccardo con una sfumatura maliziosa nel tono.
Lo sguardo di Lorenzo stava spaziando dal bar al monumento, ma sempre in attento ascolto.
“Primo, vestirsi alla moda.”Anche fintamente trasandati, per sembrare anticonformisti o ribelli, ma alla moda. Giubbotti con le spalle larghe, anfibi, jeans di marca e camicie a quadretti. Una moda unisex ed estremamente semplice.
“Secondo, non fare gli impegnati e i sostenuti.”
Si doveva restare sempre al di sopra, lasciare trasparire un tranquillo e sorridente menefreghismo verso le cose importanti della vita.
Superficiali? azzardò timidamente Riccardo.
Sì, ci sta.
“Terzo, avere i soldi o fare finta di averli.”
“Quarto, nel caso di un maschio avere successo con le ragazze.”
Precisò che per le ragazze invece era vero il contrario: non stava bene ostentare conquiste amorose.
Non era figo chi si impegnava in politica, chi non curava la propria immagine. Non era figo l’intellettuale-artista-pensatore. Non era figo essere depressi o malinconici.

Il Parchetto non frequentava altre compagnie, ma aveva un rapporto di odio e amore con una sola: La Funicolare – che stava proprio davanti all’omonima stazione, quindi decentrata rispetto a loro - con la quale manteneva anche un vivace interscambio di fidanzamenti.
“Naturalmente” disse alzando una mano “fino ad ora ti ho parlato solo delle compagnie dei fighetti.”
I ragazzi della cosiddetta Bergamo bene.
Si dice ancora fighetti, vero?
Riccardo annuì, sorridendo e Lorenzo scompigliò i suoi capelli.
“Per quanto molti di noi giocassero a fare i duri” sottolineò il padre “rimanevamo sempre dei fighetti.”
“Eravate Paninari?”
Riccardo aveva sentito parlare di quel movimento giovanile degli anni Ottanta.
Lorenzo fece così così con la mano, spiegando che la faccenda era un po’ più elaborata. Molti accettavano di essere catalogati così, a molti piaceva. Ma non tutti s’identificavano nel termine, chiarì.“Come ben saprai anche tu” commentò “noi bergamaschi amiamo sempre distinguerci.”
Anche nel conformismo.
“Invece la parola fighetti abbracciava tutti.”

Ma a Bergamo in quegli anni i ragazzi non erano solo fighetti. C’erano anche altre compagnie di tipo molto diverso.
Le tribù liberate.
Anarcoinsurrezionalisti in versione anni Ottanta.
Un po’ di sinistra, un po’ anarchici. Un po’ punk, un po’ hippie. Lorenzo aveva sentito dire che si trovavano in qualche locale di via San Bernardino o via Moroni, i borghi più popolari. Il loro modo di vestirsi era all’opposto dei fighetti. Anche l’orientamento politico era antitetico. Loro erano di sinistra – o tendenzialmente - e i fighetti di destra. Tendenzialmente.
Poi c’erano i metallari, riuniti soprattutto nella birreria Loreto e nel vialetto antistante. I fighetti non avevamo nessun tipo di rapporto con loro.
“Io invece sì” disse Lorenzo.
Fino a 17 anni, infatti, ero stato uno di loro, per anni il cantante di gruppi heavy metal.
“Forse avrai visto delle mie vecchie fotografie.”
Giubbotto nero – il Chiodo - jeans, borchie, capelli lunghi.
“La fotografia!” esclamò Riccardo, alludendo a una delle vecchie istantanee che stavano in una cornice nello studio del papà.

Andando avanti, Lorenzo riferì che c’erano quelli delle Piscine, mediamente molto più vecchi e che si riunivano sul viale che sta dietro le Piscine Italcementi, sui gradini della scuola.
Loro sì erano veri duri.
Qualcuno di loro, negli anni a seguire, ebbe guai con la giustizia. Ricordò che il Parchetto li incontrò a una festa, fuori città, e ci furono degli attriti tra qualcuno delle rispettive fazioni. Stava per finire male, ovviamente per il Parchetto.
“Per fortuna tra di loro c’era un vicino di casa di quando ero bambino.”
Finì tutto lì.

E poi c’erano quelli di Piazza Sant’Anna. Un misto alla Vasco Rossi, Ultras dell’Atalanta e un pizzico di fighetteria anche se non vedevano di buon occhio i fighetti. Indiavolati, spavaldi, casinisti.
“Tutti scorrazzavano – e sottolineo tutti - con la YAMAHA R2.”
Notevoli quando impennavano tutti insieme su una ruota.
“È un’epopea” commentò Riccardo. “Sembra una lezione di Epica.”
La Saga delle Compagnie disse teatralmente.
“Papà, perché non ci scrivi uno dei tuoi racconti?”
Lorenzo guardò Riccardo, accarezzando il suo brillante sguardo da entusiasta diciassettenne e la sua contagiosa freschezza. Disse che le compagnie erano molte di più, erano ovunque e anche fuori dal Centro. Lui gli aveva raccontato solo quel che ricordava.
È stato come rievocare la preistoria” concluse ridacchiando.
“Al contrario, papà! Sembra che per te il tempo non sia passato.”
Lorenzo disse no con un movimento dolce del capo.
“Alla mia età” disse “il passato non è un prato sempre più lontano e sempre più piccolo.”
Era invece un campo immenso che il tempo aveva lasciato intatto e pareva sempre dietro l’angolo.
In futuro scriverò qualcosa, chissà! rispose cingendo con il braccio la spalla di Riccardo.
Riccardo ricambiò l’abbraccio del padre, dandogli poi un affettuoso pugno sulla spalla. Le labbra di Lorenzo disegnarono un disteso e soddisfatto sorriso.

Si trovava esattamente dove era stato centinaia di volte, trent’anni prima. Guardò nel vetro del bar e si vide: un maturo e brizzolato cinquantenne, un po’ stempiato, l’abito scuro, gli occhiali e la cravatta. Molto, troppo diverso dal fighetto di quegli anni ed era inutile prendersi in giro: la giovinezza gli mancava. Eppure, guardando bene nel vetro del bar, non tutto era cambiato. Almeno una cosa era rimasta.
Aveva lo stesso sorriso d’allora.