A scuola cambia la maturità  ma gli esami non finiscono mai
Una studentessa impegnata in una delle prove dell'esame di maturità in una foto d'archivio. (Foto by Ansa/Alessandro Di Marco)

A scuola cambia la maturità
ma gli esami non finiscono mai

Per l’esame di maturità è stata annunciata l’ennesima novità. Francamente noi ragazzi degli Sessanta abbiamo perso il conto di tutti i cambiamenti e gli aggiustamenti, subentrati nel corso del tempo. Ricordiamo che la generazione precedente alla nostra doveva portare il programma di tutte le materie degli ultimi tre anni delle superiori. Poi il terremoto sconquassante del Sessantotto ha rivoluzionato tutto: due scritti, un orale con due sole materie, una scelta dal candidato e una, fra altre tre, dalla commissione e indicata alla vigilia dell’esame. Ora, per la seconda prova, c’è la novità della doppia materia, mentre all’orale lo studente dovrà pescare una busta – fra tre – per iniziare il colloquio. Detta così, sembra un po’ un gioco a quiz. Ricordate «Rischiatutto»?

L’esame di maturità è un passaggio essenziale nella vita di ognuno di noi, così come la scelta degli studi, compiuta a quell’età, determina il futuro. Non se ne è mai abbastanza consapevoli. Nel mondo d’oggi c’è una necessità assoluta di conoscenze scientifiche e tecniche, che non significa sottovalutare l’importanza di una buona preparazione umanistica, anche se umanistico è tutto quanto riguarda l’uomo, non solo le lettere e le arti. È una distinzione vecchia e fuorviante. Lo studio delle lingue straniere, in particolare dell’inglese, è essenziale. Oggi sapere solo l’italiano equivale a quando un tempo si parlava appena il dialetto. Si è già stranieri a Bolzano o a Nizza. Quand’eravamo ragazzi, al classico interrompevamo l’inglese dopo il ginnasio, mentre continuavamo a studiare in classe per quattro ore alla settimana latino, per tre greco. Più il tempo interminabile, a casa, per le versioni. Un’esagerazione. Ora, finalmente, lo studio dell’inglese inizia prima e finisce dopo.

Ciò che conta, non solo da ragazzi, è incontrare veri maestri, che sappiano guidare e aiutare a scoprire le proprie autentiche vocazioni e che educhino anche fuori dalle istituzioni della formazione. L’incontro con un bravo insegnante è la grazia maggiore che possa capitare a un giovane.

Eduardo De Filippo ci insegnò che nella vita gli esami non finiscono mai. La sua espressione è entrata nel linguaggio corrente, per sottolineare come siano continue le prove da affrontare nella vita. Oltre agli esami delle scuole di ogni ordine e grado, esistono gli esami di laboratorio, quelli dei medici, di coscienza, delle situazioni. Tutta la vita è sottoposta a giudizi che, a volte, ci sembrano arbitrari e ingiusti. Esame significa ponderazione, perché la parola deriva dal latino «examen», propriamente «ago della bilancia», e da «exigĕre», pesare. Ciò che conta, quindi, è trovare esaminatori equanimi e non partigiani.

Probabilmente c’è un modo di vivere basato non soltanto su un continuo succedersi di esami, in cui si perpetua una differenza e una distanza tra chi giudica e chi è «soppesato». Un’opportunità di vivere esprimendo il proprio pensiero e arricchendolo nell’intreccio con quello degli altri. Nell’eterno, vitale, gioco del colloquio dialettico, come ci insegna la filosofia greca. Nell’esperienza, per esempio, della vulnerabilità professionale, così diffusa oggi nel mondo del lavoro, si può cogliere l’opportunità di superare la logica di attività che consumano solo tempo, vita, relazioni. Di oltrepassare i conflitti, anche generazionali, oltre che personali e gerarchici, e imparare a lavorare, e a vivere, insieme. Nel dialogo e nella condivisione non solo di oneri, ma anche di orizzonti, cammini, ispirazioni, incontri. Che cosa stanno diventando le nostre professioni e quindi – visto che l’uomo «è» il proprio lavoro – che cosa stiamo diventando noi stessi medesimi? Che cosa ci affatica? Siamo consapevoli di quanto sta avvenendo attorno a noi o siamo solo trascinati? Le pratiche riflessive sono preziosissime e rare, soprattutto in contesti sempre «sotto pressione», come quelli del nostro tempo.


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