Da un anno all’altro coltivando la memoria

Da un anno all’altro
coltivando la memoria

Il sentimento del tempo non è mai così forte come nel passaggio da un anno all’altro. L’autentico avvicendamento d’annata è indicato, per la verità, dalla fine dell’estate e dalla riapertura delle scuole, con la ripresa, a pieno regime, di tutte le attività, dopo un periodo di pausa ben più lungo di quello invernale e un evidente cambio di stagione. Solo la fine di un anno e l’inizio di uno nuovo, d’altra parte, sono, inesorabilmente, accompagnati dai bilanci dei dodici mesi passati e dalle previsioni per quelli futuri.

In questo periodo, si avverte, in modo particolare, come l’identità stessa dell’uomo sia basata sulla memoria. Se non manteniamo la continuità dei nostri ricordi, non siamo più niente e ci riduciamo a involucri vuoti. Ciò che siamo, nella vita e nella professione, è ciò che ricordiamo. Proprio nel mese di gennaio, tra l’altro, ricorre, il 27, il Giorno della Memoria, dedicato alla Shoah, lo sterminio, tra il 1939 e il 1945, di sei milioni di ebrei, perpetrato dai nazisti; segue di poco, il 10 febbraio, il Giorno del ricordo della tragedia delle vittime delle foibe e dell’esodo dalle loro terre, nel dopoguerra, degli istriani, fiumani e dalmati.

L’era contemporanea è definibile come quella della «Grande Crisi», anche se l’economia offre segnali di risveglio, perché poche altre epoche hanno vissuto una stagnazione così lunga e una trasformazione produttiva così vorticosa. Non solo. La rivoluzione è, anche e soprattutto, culturale: le istituzioni educative fondamentali, come la scuola e la famiglia, stanno attraversando fasi di profonda trasformazione. Abbiamo assistito, negli ultimi decenni, da un lato, a novità scientifico-tecnologiche, che hanno cambiato non solo il mondo della comunicazione ma, in generale, quello del lavoro; dall’altro, alla fine delle narrazioni otto-novecentesche definite ideologie e al conseguente mutamento della politica, con esiti, per ora, imprevedibili. L’uomo di oggi tende a vivere solo nel presente, nell’attimo fuggente da postare, immediatamente, sui social, piuttosto che coltivare sia la memoria del passato, sia, per il futuro, sogni, progetti, ambizioni, realizzabili solo se fondati sulla consapevolezza della propria identità. L’identità è costruita da simboli. Il significato delle parole è sempre illuminante: il «simbolico» è ciò che collega, unisce, mette insieme: è il contrario di «diabolico», ciò che divide. Il suadente modo di procedere dei social induce a dividersi per tribù di «amici», che tendono a confermarsi nelle proprie convinzioni: l’incontro e il confronto con gli «altri» sono difficili e raramente proficui. Anche la trascuratezza con cui, troppo spesso, si usa, nel variegato mondo del web, l’italiano è un indice di smarrimento della propria identità linguistica, in questo caso dal basso, così come può esserlo, dall’alto, il ricorso, nelle nostre università, all’inglese, anche quando non esiste la minima necessità di evitarne l’impiego. In questa crisi culturale un segnale di fiducia può venire, invece, dal record dei visitatori nei musei italiani, passati dai 38 milioni del 2013 ai 50 del 2017, anche se può aver influito il massiccio arrivo di turisti stranieri, per il timore di attentati più alto in altre consuete mete turistiche europee.

Il 2018 sarà un anno di importanti anniversari. Tra questi, spicca quello del centenario della fine della Grande Guerra. Condividiamo la proposta di renderlo, almeno ancora quest’anno come un tempo, una festa nazionale. I ragazzi del ’99 del Novecento voteranno, nel 2018, per la prima volta. I ragazzi del ’99 dell’Ottocento furono l’ultima leva chiamata alle armi per il primo conflitto mondiale. Tutti abbiamo avuto nonni o bisnonni «cavalieri di Vittorio Veneto». Ricordiamoli: la nostra identità nazionale viene anche dal loro sacrificio.


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