La Cina è più vicina
E taglia posti di lavoro

La Cina comunista licenzia 6 milioni di persone. Il Paese del maoismo, della collettivizzazione dell’agricoltura, della Rivoluzione Culturale e del «Gran balzo in avanti», al prezzo di stermini di massa, da tempo aperto a un capitalismo diretto dallo Stato, ora affonda il mito della piena occupazione nei regimi comunisti

L’Assemblea nazionale e la Conferenza politica consultiva del popolo, l’annuale appuntamento legislativo della Cina Popolare, ha ratificato quanto già deciso dal Consiglio di Stato, dal governo e, soprattutto, dal Partito comunista cinese. Si tratta dell’attuazione del 13º piano quinquennale, che vorrebbe porre le basi per la «nuova normalità» cinese: un progresso minore, ma di qualità superiore al passato, e il raddoppio del reddito pro capite entro il 2020, puntando allo sviluppo del mercato interno e a una crescita del 7 per cento annuo.

Intanto il partito aveva già annunciato un taglio di ben 1,8 milioni di lavoratori impiegati nelle aziende di Stato. L’agenzia di stampa Reuters, però, ha rilanciato la notizia secondo cui il governo avrebbe in mente tagli più consistenti: 6 milioni di licenziamenti in settori come l’acciaio e il carbone, per contenere inquinamento, eccesso di produzione e crediti bancari. La dirigenza cinese spenderà quasi 150 miliardi di yuan (23 miliardi di dollari) per ammortizzare i licenziamenti nei prossimi due o tre anni, mantenere la stabilità ed evitare che i tagli comportino disordini. Il Partito comunista ha già affrontato in passato ristrutturazioni ben più complesse, come nel quinquennio 1998-2003, con il licenziamento di ben 28 milioni di lavoratori in esubero, che comportarono a Pechino un costo di oltre 11 miliardi di dollari in fondi di «reinserimento».

All’annuncio dell’ultima tornata di tagli non sono mancate proteste, per di più in un luogo simbolico per il movimento operaio cinese: la protesta dei minatori è partita ad Anyuan, la città mineraria dove nel 1922 i lavoratori guidati da Mao Zedong e dai vertici del Pcc insorsero per le pessime condizioni occupazionali. Una sorta di contrappasso. Il tasso di disoccupazione pubblicato dall’Ufficio nazionale di statistica era al 5,01 per cento alla fine dell’anno scorso: molti analisti giudicano non del tutto attendibili le statistiche ufficiali cinesi. Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista cinese dal 2012 e presidente della Repubblica popolare dal 2013, è stato un protagonista della modernizzazione, capace di dare del filo da torcere all’Occidente e di rafforzare la presenza della Cina nei Brics, mantenendo in vigore l’asse con i rimanenti Paesi socialisti del Sud-est asiatico, come il Laos e il Vietnam. Ora il leader cinese, nel suo barcamenarsi fra tradizione maoista e modernità di mercato, deve ritrovare il consenso di tutta la popolazione, non solo della borghesia emergente, ma anche della classe lavoratrice.

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