18 marzo, ore 21: i camion a Bergamo
Il nostro dolore in una foto che è storia

Era il 18 marzo 2020, un mercoledì, intorno alle 21, minuto più, minuto meno ed Emanuele vede e fotografa il corteo di carri in Borgo Palazzo. «Ora sto a Londra ma Bergamo mi è rimasta nel cuore».

Quell’appartamento al terzo piano ora è vuoto, ma dai suoi balconi hanno visto passare la storia. In silenzio, in attesa, in una serata di marzo che ha sbattuto sotto gli occhi del mondo la tragedia del Covid e di una città in ginocchio ma mai vinta: la nostra Bergamo.

Spesso i testimoni della storia sono lì per caso, spettatori più che protagonisti: «Al terzo o quarto tentativo di assalto dei miliziani ho messo la macchina fotografica sopra la mia testa e senza guardare ho fotografato» dice Robert Capa, pseudonimo di Endre Ernő Friedmann, immenso fotografo ungherese, raccontando dello scatto del «miliziano morente», uno dei più famosi della storia. «Io ho visto prima le luci, quelle dei lampeggianti» racconta invece Emanuele, che di cognome fa Di Terlizzi: ha 29 anni, è originario di Napoli e quella sera ha scattato una foto che tra qualche anno sarà sui libri di storia quando si racconterà di una terribile pandemia che ha sconvolto il XXI secolo.

Ogni giorno in volo per Ryanair
I lampeggianti sono quelli di un’auto dei carabinieri che apriva il triste corteo «e hanno attirato la mia attenzione. Fuori era buio, vedevo solo quelle luci azzurre andare e venire: non c’era traffico, era tutto silenzioso». Anche quel corteo che stava lasciando la città attraverso Borgo Palazzo in una serata di quasi primavera: era il 18 marzo 2020, un mercoledì, intorno alle 21, minuto più, minuto meno.

Emanuele è uno dei tanti giovani che si vedono (anzi, vedevano) alla fermata dell’autobus per l’aeroporto con una divisa blu e trolley al seguito: negli ultimi 15 anni sono diventati una presenza sempre più rilevante a Bergamo, quasi familiare. Ragazze e ragazzi da tutta Europa accomunati dal sogno di volare: hostess e steward di Ryanair, la compagnia che ha fatto di Orio al Serio il terzo aeroporto d’Italia, il regno indiscusso del low cost nel continente. Quelli che hanno portato il nome di Bergamo in giro per l’Europa, poi è arrivato il Covid e purtroppo è diventato conosciuto in tutto il mondo, per ben altri motivi.

Emanuele abitava a Bergamo da ottobre 2019 dopo essere stato a Londra, ogni giorno volava per mezza Europa facendo sempre ritorno la sera in quell’appartamento al terzo piano chiamato casa: un pendolare da alta quota e lunghe distanze. «Ma in quel periodo di lockdown avevo deciso di trasferirmi da alcuni amici. Voli non ce n’erano e quindi c’era poco da fare se non stare insieme». A una decina di minuti da Borgo Palazzo, dove abitava «in un parco» come in Campania chiamano l’insieme di palazzi con una portineria comune. Quella del «condominio Borgo Palazzo» è nella laterale via Ponchielli, si entra da lì.

«Una scena surreale»
«Ricordo quella pattuglia che ha fermato le pochissime persone che erano per strada: un passante, una bici e un’auto. Ma vedevo poco, allora ho cambiato balcone e tutto mi si è fatto davanti». Quella teoria quasi infinita di carri militari che trasportavano le salme di 65 bergamaschi per la cremazione fuori provincia. Ma Emanuele non sa ancora chi c’è su quei camion dai teli mimetici che procedono a passo lento verso il semaforo e da qui la circonvallazione. «No, non lo immaginavo. Avevo letto che si sarebbe allestito un ospedale alla Fiera e sapevo che era poco distante da casa mia: ho pensato fossero le attrezzature».

Ma ha seguito comunque l’istinto, e nel silenzio totale ha puntato lo smartphone, senza pensare che quelle immagini avrebbero cambiato il corso delle cose e mandato in tutto il mondo il dramma di Bergamo. «Non ci avevo pensato troppo, davvero: la scena era impressionante, surreale direi, ma non sapevo chi ci fosse davvero dentro quei camion» ripete.

La foto viene spedita nel gruppo whatsapp degli amici «che mi stavano aspettando, volevo spiegare che in quel momento non potevo proprio muovermi». Uno di loro «l’ha messa in un gruppo Telegram, io su una stories di Instagram ed è lì che è successo tutto». Da lì a poco Emanuele capisce anche «che quel corteo stava arrivando dal vicino cimitero, che dentro c’erano delle vittime del Covid, ed è stato terribile, davvero scioccante. Ci penso ancora adesso».

«Ora sono ancora in lockdown»
Anche adesso che Emanuele non è più a Bergamo da fine estate scorsa: «No, sono tornato a Londra e non lavoro più per Ryanair, ma Bergamo mi è rimasta nel cuore e non è un modo di dire. Ci sono rimasto pochi mesi ma mi sono trovato benissimo, il vostro dolore è diventato il mio dolore: arrivare è stato facile, anche per l’entusiasmo del nuovo lavoro, ma andarsene davvero difficile».

Il paradosso è che ora a Londra sta vivendo ancora un lockdown: «Ma le cose non sono paragonabili: a marzo Bergamo era l’epicentro di una pandemia della quale si sapeva poco e noi c’eravamo dentro». Anzi: «In molti hanno realizzato quello che stava davvero succedendo con quella foto, rilanciata poi da testate nazionali e internazionali e anche politici famosi. Mi hanno scritto dalla Colombia, dagli Usa, dall’Indonesia: è come se la tragedia fosse stata sbattuta davvero in faccia al mondo. Quei giorni a Bergamo c’era paura, quella vera: a Londra dopo quasi un anno la situazione è diversa, c’è più consapevolezza del problema e una maggiore organizzazione frutto dell’esperienza».

In quei giorni invece era tutto affidato all’incertezza e quasi al caso: «Quella sera ero tornato per qualche ora in Borgo Palazzo perché nei giorni prima avevo fatto la spesa grossa e avevo il frigo pieno: volevo portare un po’ di roba dai miei amici dove mi ero trasferito. E visto che c’ero ho pensato anche di farmi una doccia in tranquillità, fretta non ne avevo. Se non me la fossi presa comoda non sarei stato in casa in quel momento». E non sarebbe uscito sul balcone a vedere passare la storia: «Io ho scattato e basta, non ho minimamente pensato a che cosa sarebbe diventata quella foto».

Henri Cartier-Bresson diceva che le fotografie «possono raggiungere l’eternità attraverso il momento» e parlava della sua Leica come «il prolungamento del proprio occhio»: lo smartphone di Emanuele è riuscito ad andare oltre, nel cuore di tutto il mondo. Quasi per caso, perché è anche così che si entra nella storia.

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