Sestili: «Il rallentamento c’è
Ma il picco deve arrivare»

Il fisico e divulgatore scientifico: «Giusto mantenere l’allarme. Riaperture estive, fatti errori madornali. A Bergamo gente molto attenta».

La curva dei contagi rallenta, ma il prezzo che stiamo pagando oggi per le concessioni estive è troppo alto e c’è il rischio che, con un nuovo allentamento in concomitanza delle festività natalizie, tra gennaio e febbraio dovremo confrontarci con una terza ondata e con nuove, più pesanti restrizioni. Ne è convinto Giorgio Sestili, fisico e divulgatore scientifico, che da mesi studia i numeri e li diffonde attraverso la sua pagina Facebook «Coronavirus-Dati e analisi scientifiche». «Il rallentamento c’è - dice - ma i numeri crescono ancora. Il tempo di raddoppio dei casi positivi si è notevolmente allungato e questo potrebbe essere un primo segnale positivo proveniente dal Dpcm del 24 ottobre».

Quali effetti avrà, invece, l’istituzione delle zone rosse?

«Dobbiamo aspettare le prossime settimane per saperlo. Ci sarà senz’altro un ulteriore rallentamento, speriamo sufficiente a scongiurare la saturazione degli ospedali. Sono misure arrivate con un ritardo di almeno 15-20 giorni e in alcune città la capacità di accoglienza degli ospedali è ormai al limite».

Siamo arrivati all’autunno impreparati, ma non si poteva prevedere un’impennata così forte dei contagi?

«Assolutamente sì, tant’è che in tanti mettevano in guardia da agosto sul fatto che con il ritorno alle attività lavorative, la riapertura delle scuole, l’affollamento dei mezzi pubblici e l’abbassamento delle temperature, la situazione sarebbe peggiorata. E lo dicevano anche guardando ciò che avveniva all’estero».

Siamo stati investiti dalla seconda ondata per ultimi, dopo essere stati i primi a febbraio. Perché?

«Da una parte abbiamo avuto un lockdown più lungo, non abbiamo mai riaperto le scuole e mantenuto un elevato smart working. La riapertura da noi è stata molto più graduale rispetto ad altri Paesi. Poi c’è da considerare anche una forte dose di casualità».

Altri Paesi hanno raggiunto la soglia dei 200 mila tamponi al giorno molto prima. Anche questo può avere inciso sulla prolificazione del virus?

«Sì. Fare più tamponi significa avere più contezza dei reali casi positivi, perché è chiaro che registriamo solo una parte dei contagiati, perdendone tanti altri; questo è evidente dal rapporto tra i tamponi effettuati e i casi positivi, che ormai è altissimo».

Cos’è mancato all’Italia questa estate, oltre alla lungimiranza?

«Sono stati fatti errori madornali nella riapertura, per esempio, delle discoteche. È stato fatto passare il concetto che fossimo ormai fuori pericolo e questo ha portato a comportamenti troppo rilassati».

Solo una sensazione o davvero le discoteche erano così pericolose?

«Erano pericolosissime, tant’è che i focolai di questa estate si sono registrati in Sardegna e in altre zone della movida giovanile in Italia o all’estero, come Spagna, Croazia e Malta. E non è un caso che ad ammalarsi ad agosto erano tanti giovani al di sotto dei 30 anni».

Gli stessi che hanno poi contagiato gli anziani.

«Esatto. Tornando a casa dalle vacanze, queste persone hanno diffuso il contagio nelle famiglie».

Bergamo è stata una delle province più colpite in primavera, oggi i numeri sono più confortanti. È in atto una sorta di immunità di gregge o c’è solo più attenzione della popolazione?

«La situazione drammatica che avete vissuto, vi ha reso probabilmente più consapevoli e attenti. In queste situazioni, i comportamenti fanno la differenza. Per un’immunità di gregge in quanto tale, servirebbe una percentuale di contagiati molto più alta. È pur vero, però, che se parliamo di “suscettibili”, ovvero di quante persone possono ancora contrarre il virus, a Bergamo sono meno che in altre zone».

I numeri di oggi quanto sono affidabili, rispetto alla reale diffusione del virus?

«Lo sono di più rispetto alla primavera, perché è migliorata la capacità di screening. Però avremmo dovuto fare di più e meglio. Proprio in questi giorni si susseguono appelli della comunità scientifica per la condivisione dei dati e per il miglioramento della loro raccolta. Ci sono informazioni fondamentali che ancora mancano. Un esempio su tutti: non sappiamo quante persone entrano e quanti escono ogni giorno dalle terapie intensive. È un dato fondamentale, ma abbiamo solo il saldo netto».

Quali sono gli indicatori che vanno tenuti d’occhio?

«Ora è importante capire quanti sono i ricoveri, sia per sintomi lievi che in terapia intensiva. È questo il parametro che potrebbe determinare nei prossimi giorni la decisione di un lockdown nazionale».

In quali parametri dobbiamo rientrare per ritenere cessato l’allarme?

«Siamo lontanissimi dal rientro dell’allarme. Dobbiamo ancora raggiungere il picco e quando i casi positivi inizieranno a scendere, lo faranno lentamente. E se allentiamo troppo presto le misure, ci vorrà poco per salire di nuovo».

Poche speranze, quindi, per Natale?

«Avremo qualche libertà in più, potrebbe essere consentito lo spostamento tra regioni per permettere alle persone di tornare dai parenti, ma non sarà possibile frequentare bar e ristoranti, almeno in orari serali o in situazioni affollate. E anche nelle case bisognerà stare molto attenti».

Pare che il Giappone si stia preparando a una terza ondata di contagi. È ipotizzabile che avvenga lo stesso anche in Europa?

«Finché non avremo un vaccino su scala mondiale, il virus continuerà a circolare e quindi è lecito pensare che se si allenteranno le misure prima di Natale, a gennaio e febbraio i contagi torneranno a salire. È il meccanismo della pandemia».

© RIPRODUZIONE RISERVATA