Aiuti contro il virus
I tempi lunghi dell’Europa
e la battaglia di Conte

I quindici giorni che il Consiglio Europeo si è preso per cercare una decisione comune sulle misure ulteriori da assumere contro la pandemia sono pochi per un pachiderma come l’Unione ma sono troppi per le persone e le imprese già in difficoltà nei Paesi più aggrediti dal coronavirus. E tuttavia questa dilazione rappresenta il massimo risultato raggiunto dall’Italia e dai suoi alleati di fronte al muro eretto da tedeschi, olandesi, finlandesi, austriaci e baltici, tutti contrari all’emissione di eurobond legati alla pandemia e anche ad annullare le condizioni capestro che deve accettare un Paese che chieda aiuto al fondo salva Stati (il Mes).

Un «no» su tutta la linea che ha costretto italiani, spagnoli, greci, portoghesi, belgi, sloveni, irlandesi, lussemburghesi e francesi ad accettare il rinvio: quindici giorni per sperare che nel frattempo i ministri delle Finanze trovino un compromesso accettabile. Conte, insieme allo spagnolo Sanchez, ha tenuto duro, ha rifiutato l’ipotesi di un aiuto condizionato del Mes («Non vi disturbate, non ci serve e non ne abbiamo bisogno») e ha minacciato: «Se non si trova un accordo soddisfacente faremo da soli».

Cartuccia in realtà un po’ bagnata dal momento che, col debito che si ritrova l’Italia, i nostri margini sono assai limitati mentre è certo che di soldi ne serviranno tanti, tantissimi per evitare, come ha scritto Mario Draghi sul Financial Times, che la recessione che ci aspetta si trasformi in depressione, cioè in una catastrofe economica.

A sostegno di Conte e della linea del governo è intervenuto Sergio Mattarella in un video messaggio alla nazione per la seconda volta molto duro nei confronti delle titubanze di certi governi europei: ha dato atto di quello che effettivamente è stato fatto finora (sospensione del Patto di stabilità, aiuti di Stato, acquisti senza limite di titoli pubblici da parte della Bce) ma ha anche avvertito che non è più tempo di misure ordinarie o «di vecchi schemi ormai fuori della realtà»: occorre – ha detto il Capo dello Stato – «che l’Europa capisca la gravità della minaccia prima che sia troppo tardi». E poi Mattarella ha usato il termine «ricostruzione», evocando esplicitamente il secondo Dopoguerra, come obiettivo obbligato ma anche «alla nostra portata».

Quello cui Mattarella al momento non pensa è sicuramente un cambio di cavallo a Palazzo Chigi che pure comincia ad entrare nei progetti di diversi soggetti politici ostili a Giuseppe Conte: non è certo questo il momento per una crisi di governo – fanno sapere dal Quirinale. E del resto lo stesso Draghi non sembra desideroso di confrontarsi con la confusa politica italiana: lui piuttosto rimane il candidato numero uno alla successione di Mattarella che avverrà l’anno prossimo. Nel frattempo l’ex presidente della Bce osserverà la scena da fuori, distaccato ma non indisponibile a scendere in campo, e soprattutto impegnato ad ammonire l’Ue sui pericoli che stiamo correndo (nel citatissimo articolo sul Financial è arrivato a evocare «le sofferenze degli Europei negli anni ’20»). Sulla scia di Draghi anche il presidente del Parlamento europeo David Sassoli: «I singoli governi non sono l’Europa, ricordiamocelo».

Conte dunque può e deve andare avanti cercando – altro monito quirinalizio – il sostegno anche dell’opposizione: il confronto è già in corso sul decreto cosiddetto «Aprile» che dovrebbe contenere misure per altri 25 miliardi da distribuire a famiglie e imprese. Certo che, a proposito di opposizione, l’ottusa renitenza degli Europei del Nord a capire cosa sta accadendo nel mondo fa riemergere il sovranismo antieuropeistico della Lega. Matteo Salvini ha esplicitamente invocato l’Italexit: «Ce ne andiamo senza neanche salutare» ha detto condendo la sua affermazione con un certo numero di insulti verso i partner dell’Unione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA