Alitalia ed ex Ilva
Un Paese fermo

Di proroga in proroga, di aiuti di Stato in aiuti di Stato, Alitalia non decolla. Lo stallo dura da anni e i suoi diecimila dipendenti continuano a lavorare sull’orlo del baratro. Le Ferrovie dello Stato, che ne hanno il controllo, ironia della sorte, non riescono a trovare gli acquirenti necessari a comporre quel consorzio che potrebbe salvarla definitivamente. Finora il denaro dei contribuenti speso per non fare rimanere a terra il Vettore nazionale ammonta a nove miliardi e duecento milioni di lire.

Solo negli ultimi due anni ne sono stati versati un miliardo e mezzo. Il prestito-ponte dovrebbe essere chiamato prestito-viadotto visto che non finisce mai. È stato calcolato che se i nove miliardi e rotti fossero stati distribuiti indistintamente ai 12 mila lavoratori, questi avrebbero potuto vivere di rendita - o quasi - fino alla pensione, disponendo di quasi 350 mila euro a testa.

Lo Stato continua a pagare il conto a piè di lista senza avere una minima idea di cosa fare di quella che fino a poco tempo fa era una delle migliori compagnie del mondo, con i migliori piloti e i migliori velivoli. In fondo se l’opinione pubblica non si ribella e legge distrattamente dei prestiti ponti, che significa gettare denaro pubblico in un pozzo senza fondo, è perché si ricorda del blasone Alitalia, la compagnia che il mondo ci invidiava. Viviamo di un passato che non esiste più da trent’anni.

La realtà è che la compagnia di bandiera è finita in amministrazione controllata due volte, caso unico al mondo. Un’odissea che ha visto ben otto commissari e una litania di sprechi, errori gestionali, consulenze milionarie, arbitrati, incarichi, conflitti di interesse. Una greppia cui si sono approvvigionati in tanti. Tanto pagava lo Stato-Pantalone. Fino a poco tempo fa c’erano costosissime filiali estere in Paesi in cui gli aerei Alitalia nemmeno atterravano! Chissà che diavolo facevano i privilegiati che lavoravano in quegli uffici.

Ora siamo al punto di prima, con l’offerta sul mercato e i possibili acquirenti che non si decidono, aspettando evidentemente che il prezzo cali, per non parlare dei gruppi che aspettano che fallisca per comprarsi i pezzi più succulenti dello spezzatino.

Il caso Alitalia è la seconda bomba a tempo - insieme con l’ex Ilva - che rischia di far deflagrare il Paese, e non solo il governo. Il problema è sempre lo stesso: la mancanza di una politica industriale. Manca dopo tanti anni di rinvii e stanziamenti un progetto solido. Che fare di Alitalia? Quali rotte mantenere? Su quali mercati competere? A quali rinunciare? Cosa ristrutturare e cosa gettare a mare definitivamente? Non si è mai deciso. I governi che si sono avvicendati hanno tutti preferito spostare la notte più in là, anziché prendere decisioni, anche impopolari necessarie a salvaguardare definitivamente il lavoro dei dipendenti e amministrare i soldi dei contribuenti.

Il problema è anche che perdiamo credibilità sui mercati, giocandoci il nostro futuro di settima potenza mondiale industriale. Il tutto per l’irresponsabilità delle classi dirigenti, e soprattutto della politica industriale, bloccata nei grandi meccanismi decisionali. Abbiamo sotto gli occhi quasi un esempio al giorno. La faccenda comincia a farsi preoccupante, come se il sistema industriale italiano stesse lentamente ma inesorabilmente collassando. Un giorno sono gli stabilimenti Fiat, un altro è l’ex Ilva, un altro ancora è il Mose o l’Alitalia. Siamo il Paese delle piccole e medie imprese, ma senza grandi infrastrutture, grandi progetti e una grande industria non possiamo andare da nessuna parte.

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