Carige, mercato e statalismo

Carige, mercato
e statalismo

Ci risiamo. È di nuovo necessario intervenire per salvare un pezzo del nostro sistema bancario. Anche per Carige i guai vengono da malinteso localismo basato su vertici inamovibili e consorterie ristrette, opache e chiuse. Una grande banca che ha un valore oggi di 80 milioni (ma un milione di clienti e 4.200 dipendenti) pur dopo aumenti di capitale miliardari, cambi di proprietà, girandole di manager, fino all’autunno triste di un mercato che l’ha abbandonata, e ora all’inverno angoscioso di un veloce Consiglio dei ministri notturno, che apre paracadute alla chetichella, senza propaganda e molto imbarazzo. Riusciamo a intravedere ben pochi elementi positivi, in una vicenda che tutti speriamo non riproponga scenari già visti, con l’aggravante che non si tratta di una Etruria che valeva l’1% dell’intero sistema bancario e si prestava soprattutto a giochi elettorali, malignità familistiche e caroselli stradali, ma senza gravi danni sistemici. Oggi, per dire, Etruria sta girando bene, messa in mani capaci.

Positiva stavolta è la tempistica, perché Carige viene illuminata dai riflettori quando ancora non tutto è perduto. Il giro precedente è stato avviato molto tardi e questa è forse l’unica differenza importante di una vicenda del tutto parallela. Il merito è probabilmente della Bce (ah la cattiva Europa…) con il primo commissariamento della sua storia. Bankitalia non fu altrettanto tempestiva. L’altro motivo di speranza positiva è appunto legato al fatto che questa lezione di realismo possa servire a capire che quello del risparmio è un settore troppo delicato per trasformarlo sistematicamente in un terreno di speculazione partitica, in un’orgia dilettantistica di vocianti talk show e invettive social.


© RIPRODUZIONE RISERVATA