Equilibri precari
per l’economia

Di rinvio in rinvio, il milleproroghe può anche ottenere la fiducia parlamentare, ma ci sono fatti concreti che non si possono rinviare, perché già accaduti, e pesano come macigni, ingenerando sfiducia economica. In ordine di apparizione: l’effetto coronavirus, la riduzione italiana del Pil di -0,3 nell’ultimo trimestre 2019, e la botta del meno 1,3 del prodotto industriale, mai così giù da sei anni.

La Cina era diventata una locomotiva mondiale, e ora è semi paralizzata nel suo cuore produttivo: le 14 province del virus sono quelle che fanno il 70% del Pil e il 76% delle esportazioni. Il riflesso italiano vale 13 miliardi di nostre merci, quasi tutte di pregio. I guai sono cominciati nel pieno delle festività cinesi, una manna per i prodotti del lusso Made in Italy. Si pensi cosa sarebbe il nostro Natale con i negozi chiusi, e purtroppo la cosa continua perché un sistema autoritario riesce a chiudere in casa milioni di persone. Un’azienda come Pirelli dipende per il 12% dalla Cina e ha due su tre stabilimenti fermi.

Se il Pil cinese scende sotto il fatidico 5% di crescita, la ricaduta mondiale sarà pesante anche da noi, perché il peso cinese sull’economia è oggi del 16%, quadruplo rispetto ai tempi dell’ultima crisi da virus epidemico, la Sars.

Gli scenaristi prevedono per ora un effetto limitato a livello mondiale, ma l’Italia rischia, anche solo per questo (poi c’è tutto il resto) non solo di mangiarsi il +0,2% di crescita indicato dagli ottimisti, ma di trascinarci sottozero. E non dimentichiamo che la cosiddetta recessione tecnica scatta dopo due trimestri consecutivi con segno meno. Siamo già a metà strada.

Che la Germania stia proporzionalmente peggio di noi non è un’attenuante, può consolare solo la retorica anti Merkel, ma è un’aggravante, dato che dipendiamo da Berlino ben più che da Pechino. E la classifica dello sviluppo ci vede sempre in fondo. La produttività è bloccata da vent’anni.

Insomma, il quadro è quello di un Paese colpito nei suoi punti di equilibrio. Se in questi anni ce la siamo cavata senza crollare è stato per la vecchia cara produzione industriale, sorretta da un settore automotive che sarà anche antico, ma ancora funzionava, e soprattutto dall’export. Se quest’ultimo asse cede, andiamo giù tutti. E infatti l’auto lascia sul terreno addirittura il 13,9%. Con il pantografo si conferma lo stesso effetto in una provincia industriale ed esportatrice come quella di Bergamo. Qui si sommano due guai: chi vende, vende di meno, chi produce si blocca perché non arrivano i componenti cinesi.

Il 2020, anno bisestile, comincia insomma nel peggiore dei modi. Anche volendo evitare la polemica politica, e cioè la perfetta sovrapposizione tra questi guai e gli anni della prevalenza del populismo, che hanno scelto ragioni di spesa solo dipendenti da promesse elettorali, ci vorrebbe un soprassalto di impegno maggiore. Vivacchiare e rinviare non è stabilità, ma palude.

Gli unici sintomi positivi vengono dalla almeno dichiarata volontà di impegnarsi in due settori - tasse e pensioni - devastati negli ultimi anni da demagogie varie. Ma l’attualità è condizionata da ben altro, da 150 crisi azienadali in crescita e dalla funzione supplente della magistratura rispetto ai vuoti della politica. E pensare che la giustizia, anziché smantellare principi secolari dello stato di diritto, avrebbe bisogno di attenzione spasmodica, se un Procuratore, come a Bergamo, deve pagare di tasca sua le assicurazioni dei collaboratori...

Forse siamo ancora a tempo a cambiare verso di questo 2020. Non vorremmo dare ragione, per raffronto, a chi definiva «bellissimo» il 2019!

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