Il prezzo «politico»
da pagare all’Europa

A Bruxelles fanno sapere che con l’Italia si sta dialogando e che il clima è cambiato rispetto alle scorse settimane, ma avvertono anche che la procedura di infrazione per eccesso di deficit sta comunque muovendo i suoi passi. A Roma la Commissione Bilancio della Camera, che sta esaminando la manovra predisposta del governo, procede al rallentatore nell’attesa che Luigi Di Maio e Matteo Salvini si mettano d’accordo sul «prezzo politico» che dovranno pagare per soddisfare le richieste della Commissione ed evitare che il 19 dicembre la procedura arrivi al traguardo delle sanzioni.

Fino a quando non si saprà di quante risorse verranno privati sia il reddito di cittadinanza che la riforma pensionistica, a Montecitorio la manovra non si sbloccherà e non si avrà la certezza che a Palais Berlaymont hanno effettivamente fermato le macchine. Per ottenere questo risultato il deficit previsto dagli italiani dovrebbe scendere dal 2,4 per cento sul Pil fino al 2,2, forse al 2,1, anche se Moscovici vorrebbe un tondo 2 per cento che sarebbe comunque più alto di quanto promesso e sottoscritto a suo tempo dal governo Gentiloni (1,6 per cento).

Il premier Giuseppe Conte si fa forte di una delega politica un po’ più ampia ricevuta da Di Maio e Salvini – che finora avevano sbarrato la strada a qualunque cedimento agli «eurocrati» e alle loro «letterine» – e ha messo al lavoro il ministro Tria e i tecnici del Tesoro perché risolvano il busillis. Che significa: fare meno spese in deficit per circa cinque miliardi, salvare i «titoli» delle riforme-bandiera dei due partiti alleati e nello stesso tempo incrementare la spesa per investimenti a scapito di quella assistenziale.

Una quadratura del cerchio, difficile ma non impossibile: serve appunto la buona volontà politica. Ma bisogna anche salvare la faccia: Salvini e Di Maio fino a un certo punto hanno fatto la voce grossa («giù le mani dalla manovra», «rispettate l’Italia», «qui è cambiata l’aria», «non si azzardino a mandarci le multe», ecc.) poi lo spread che stava impazzendo, la Borsa in caduta, l’isolamento internazionale, i ripetuti allarmi di tutti gli organismi internazionali per un’economia italiana che rischia seriamente la recessione e che si sta fermando, devono averli predisposti all’ascolto sia del presidente del Consiglio (sempre favorevole alla trattativa con l’Europa) sia del Presidente della Repubblica che dietro le quinte ha messo in guardia dai rischi che correrebbe l’Italia in una guerra senza speranze contro Bruxelles e i mercati internazionali. Ma questo indietreggiamento non deve assumere le caratteristiche di una ritirata di fronte ai padroni del Continente: l’effetto elettorale alle europee di maggio sarebbe devastante sia per la Lega che per il M5S.

I continui colloqui di Conte e Tria, da ultimo al G20 di Buones Aires, hanno riaperto la strada alle buone maniere di una trattativa normale: adesso si tratta di essere conseguenti e prendere decisioni vere. Ieri sera, in una conferenza stampa a Palazzo Chigi dedicata ad altro, Conte si è mostrato fiducioso. Si tratta di vedere quale sarà l’iter parlamentare: se un maxi emendamento alla manovra sarà presentato alla Camera o se si preferirà prendere ancora tempo e arrivare ad un testo diverso durante l’esame successivo in Senato. Tutto dipende dall’accordo politico di Di Maio e Salvini. Ieri i due vicepremier hanno visto sfilare a Torino i rappresentanti di vertice di tutto il mondo produttivo italiano, dodici sigle per tre milioni imprese che realizzano il 65 per cento del Pil. Hanno detto: «La nostra pazienza si è quasi esaurita» e il messaggio non poteva essere più chiaro.

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