Il taglio tasse
è solo uno slogan

Che cosa c’è di più facile che promettere il taglio delle tasse? Suona bene, alimenta la popolarità, conferma che ci sono dei cattivi che non lo vogliono. A questi si è aggiunta ieri la Corte dei Conti, con la banale osservazione che tagliare le entrate si può, ma non a debito. In politica contano i voti, in economia le regole. E se si fa quel che si vuole solo per avere altri voti, qualcuno pagherà il conto. Secondo la Corte, saranno i nipoti e pronipoti dei ragazzi che stanno facendo l’esame di Maturità in questi giorni. Era corretto farglielo sapere, magari nella busta della prova orale.

Ma poi, fuor di propaganda, di che tassati parliamo? La questione non angoscia il 45% degli italiani, quelli sotto 15 mila euro di entrate. Pagano il 4% dell’Irpef, e tra loro ci sono ben 13 milioni a zero, perché sotto 8.100 euro. Poi ce ne sono 2,4 milioni che scendono a zero per il bonus 80 euro (a cui ora il Mago Tria vorrebbe cambiar nome).

Dunque, il dolce proclama della riduzione delle tasse assicura applausi, ma a un italiano su due proprio non cambierebbe la vita. Tra 15 e 50 mila c’è una fetta che vale il 50% dei contribuenti, che versano il 57% del totale Irpef. All’ultimo 5%, tocca il resto del conto: 39,2%.

Dunque, si potrebbe dire che allo slogan «abbassiamo le tasse» manca un pezzo: «abbassiamo le tasse ai più abbienti» (con la flat tax sarebbe matematico), cosa che suona male, se non fosse che la maggioranza di questa fascia, incassando 1.800 euro netti al mese, proprio non si può considerare ricca. Il resto è puro teatro, visto che sopra 300 mila di reddito ci sono solo 35 mila connazionali.

E così si coglie quanto sia superficiale strumentalizzare a colpi di slogan qualcosa per cui, innanzitutto, i soldi non ci sono, perché una vera tassa piatta costa almeno 30 miliardi, non 10. Peraltro non c’è solo l’Irpef, e la pressione fiscale complessiva nell’ultimo quinquennio, quando è andata bene, è scesa dal 44% al 42%, e ora sta di nuovo salendo. Le statistiche, da sole, non possono spiegare perché mai quasi 16 milioni di italiani siano nullatenenti, visto che quel (costoso) sondaggio sulla povertà chiamato reddito di cittadinanza ha fatto emergere meno di 1,3 milioni di aspettative, in parte rientrate, in parte respinte. Né rilevano la differenza tra lavoratori dipendenti e pensionati da un lato e autonomi dall’altro. Gli uni «prelevati» a loro insaputa e gli altri ad alimentare la polemica sui commessi dei gioiellieri che guadagnano più dei titolari.

E infine c’è la grande differenza tra la tassazione dei redditi personali e quella sulle imprese, che creano lavoro e sviluppo, ma spesso sono penalizzate proprio per questo. Qui sì, sarebbe indiscusso un taglio. Insomma, il problema è ben più complesso, perché centinaia di balzelli di vario genere, colpiscono anche chi non ha redditi: Imu, Tasi, energia, le famose accise da cancellare la mattina dopo le elezioni, addizionali ora ripristinate. E ancora: imposte sui tabacchi, lotto, lotterie, consumi tipici dei meno ricchi, tant’è che per le scommesse si spende di più che per assicurarsi. E senza parlar dell’Iva, che vale quest’anno 23 miliardi aggiuntivi, tutti da trovare, non bastando rapinare Cassa Depositi e Bankitalia.

Per tassare con equità, bisognerebbe poi stabilire se l’Italia è ricca o povera, perché i dati disponibili dipingono una società che fatica, in cui la classe media ha perduto dal 2008 il 12% del reddito, e in cui un terzo dei lavoratori guadagna più o meno come il traguardo promesso e non mantenuto dei 780 euro. E che dire dei 9.743 miliardi di risparmio privato dei nostri connazionali, quello che fa gola a chi è pronto a far scattare la supertassa patrimoniale? Come la mettiamo con il fatto che, per ogni 100 euro denunciati ci sono 114 euro di spese effettuate? O che il sommerso è stimato attorno ai 12% del Pil nazionale? Se si vuole il «cambiamento», sarebbe meglio fare la fatica di approfondire che cullare dolci promesse.

Bello insomma il proclama del taglio, ma più utile non incrementare anche solo con i tweet di Borghi e Bagnai il costo della supertassa sul debito, che torna a salire quest’anno sopra i 70 miliardi, più della spesa per l’istruzione.

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