La Cina rampante Troppi allarmi

La Cina rampante
Troppi allarmi

Curioso destino, quello dell’Italia. Paese giudicato decisivo quando si tratta di ipotizzare conseguenze negative, tipo: far cadere l’euro, distruggere la Ue, rovinare l’economia europea. E scartina assoluta per tutto il resto. Un copione che è andato in scena pari pari anche in occasione della visita di Xi Jinping, presidente di una Cina sempre più rampante, sbarcato a Roma con la cornice delle grandissime occasioni per firmare una serie di accordi che inseriranno l’Italia nel progetto della Nuova Via della Seta. È vero, l’Italia è il primo Paese del G7 e il primo tra i Paesi fondatori della Ue ad aderire (in Europa, finora, Grecia, Portogallo e Ungheria) ed è vero che la materia va maneggiata con cura.

La Cina è un colosso. In più, le enormi prospettive del suo mercato interno (per l’Italia, esportazioni in crescita del 22% nel 2017 rispetto all’anno prima) sono rese impervie da una politica protezionista che non farà certo eccezioni per noi e che è resa ancor più pesante dall’intreccio strettissimo che lega, a Pechino e dintorni, le aziende al Governo, l’economia alla strategia nazionale.


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