La Lega alla porta
fra alleanze e rivincite

Il punto adesso è sapere se rimanere all’opposizione farà sgonfiare il consenso di Matteo Salvini o se al contrario alla lunga finirà per aumentarlo. La domanda è tutta qui. Salvini è destinato a vagare per anni a far comizi nelle piazze e magari a render conto della sua conduzione ai maggiorenti del partito, oppure ad accomodarsi sulla rive del fiume ad aspettare l’ora della vendetta? Il primo a porsi questa domanda è proprio lui, il Capitano, che in agosto ha fatto saltare un governo in cui si muoveva come il padrone convinto di ottenere le elezioni in poco tempo, raccogliere una vagonata di voti e fare il governo da solo o al massimo con Fratelli d’Italia.

E che invece ora si ritrova all’opposizione di un governo che come primo obiettivo ha di tenere la Lega fuori della porta il più a lungo possibile e che, nei patti, dovrebbe durare fino al momento in cui si dovrà eleggere il successore di Mattarella al Quirinale, e poi liberi tutti.

A meno che non fosse tutto studiato a tavolino (ma allora perché rincorrere Di Maio promettendogli dopo la rottura la presidenza del Consiglio?) pur di evitare la manovra economica 2020 con i tagli e i sacrifici, ora Salvini deve comunque attraversare il suo deserto, difendersi da eventuali manovre interne che lo volessero disarcionare, e soprattutto non perdere il tesoro elettorale che ha accumulato in pochissimo tempo (prese la guida di un partito crollato al 3 per cento). Consenso che, per la verità, rispetto ai sondaggi pre-crisi è diminuito di diversi punti ma ancora colloca la Lega al primo posto con un consenso superiore al trenta per cento. E dunque la prima cosa da fare è prepararsi alle elezioni regionali dove la Lega darà l’assalto alle ultime regioni «rosse» Umbria ed Emilia Romagna e alla Calabria, tutte e tre amministrate dal centrosinistra. Trattandosi di elezioni con il sistema maggioritario, il centrodestra deve per forza marciare unito: del resto, le candidature alle presidenze sono già state spartite tra i tre partiti «alleati». Da quelle urne Matteo Salvini si aspetta il conforto per poter ripetere, come fa instancabilmente in questi giorni, rivolto a grillini e Pd: «Tanto le elezioni prima o poi arrivano, non potrete continuare a nascondervi e a evitare il giudizio degli italiani».

Se a Bologna, Perugia e Cosenza le cose andranno come nei mesi scorsi in Basilicata, Abruzzo, Sardegna e Piemonte il futuro della Lega e dei suoi alleati sarà più rassicurante, in attesa che – appunto – arrivino prima o poi le elezioni politiche. Le cose invece si complicheranno se il risultato non sarà pari alle aspettative: bisogna considerare che, a differenza dei turni precedenti, questa volta Pd e M5S proveranno a fare delle alleanze locali e il centrodestra a trazione leghista potrebbe avere difficoltà a vincere. In questa attesa Salvini avrà sicuramente accanto Giorgia Meloni, anche lei in crescita elettorale. Molto meno vicina invece sarà Forza Italia. E per vari motivi: primo, perché il partito azzurro non si rassegna a fare da vassallo alla Lega, secondo, perché Berlusconi e Tajani stanno convintamente nel Ppe e non ci pensano nemmeno ad imboccare la strada sovranista (peraltro ora in salita un po’ ovunque in Europa). Gli azzurri non scenderanno in piazza contro il nuovo governo insieme alla Lega e a FdI, e promettono un’opposizione «composta» all’esecutivo «più spostato a sinistra della storia repubblicana». Una differenza notevole, come si vede. Anche a questo fine non sarebbe sgradito, ad Arcore, un certo ridimensionamento elettorale sia di Salvini che della Meloni.

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