L’Africa coraggiosa
L’Europa confusa

La cronaca di questi giorni propone a noi europei un imbarazzante confronto. Da un lato c’è un’Africa che mostra una precisa volontà di emendarsi da certe sue piaghe storiche e viene giustamente fotografata dal premio Nobel per la Pace, appena assegnato al giovane premier etiope Abiy Ahmed Ali. Dall’altro un’Europa che pochi anni fa, nel 2012, ha avuto lo stesso premio per essersi trasformata «da un continente di guerra in un continente di pace» ma che pare del tutto incapace di sollevarsi al di sopra dei propri difetti e di giocare un ruolo positivo (ma verrebbe da dire: un ruolo qualunque) nelle regioni a lei vicine dove ancora imperano conflitto e violenza.

Abiy Ahmed Ali, calato nella realtà del suo continente, è un esempio perfetto di uomo di pace. È di etnia oromo, quella che fino a poco tempo fa era la più popolosa ma anche la meno rappresentata nella struttura di potere del Paese. Poi le proteste, i disordini e le sommosse con oltre 300 morti che hanno fatto cadere il governo dominato dall’etnia tigrina e portato lui al potere. Arrivato al vertice, lui ha fatto esattamente il contrario di quanto visto molte volte in altri Paesi africani: ha cacciato chi aveva violato i diritti civili degli etiopi, liberato i prigionieri politici, depurato i servizi di sicurezza e abolito lo stato di emergenza. Ha intrapreso una serie di riforme economiche. Ha realizzato uno storico accordo di pace con l’Eritrea dopo almeno un ventennio di guerra e tensioni. E pur di ottenere questo risultato, ha rinunciato a esercitare una serie di vecchie pretese etiopi su alcuni territori contestati.

Slancio, visione, coraggio. La forza di sfidare anche i tabù più radicati. Con effetti positivi che possono allargarsi come cerchi sull’acqua. Come ha detto il comitato norvegese che assegna il Nobel per la Pace, «un’Etiopia pacifica, stabile e di successo avrà molti effetti collaterali positivi e aiuterà a rafforzare la fraternità tra le nazioni ed i popoli della regione». E possiamo dare atto al nostro Paese di aver visto giusto: il premier Giuseppe Conte fu il primo capo di governo europeo a incontrare Abiy Ahmed Ali dopo lo storico accordo tra Etiopia ed Eritrea.

Ecco. Nulla o pochissimo di tutto questo è dato scorgere nella un tempo premiata Europa. Ed è disperante notarlo alla luce dell’ultima crisi, quella che vede la Turchia impegnata in un massiccio attacco ai curdi, con relativa invasione del territorio siriano e sofferenza dei civili. La specialità delle autorità europee, nel migliore dei casi, è «fare la faccia feroce», riservandosi all’atto pratico di non fare proprio nulla. Non è una novità. Per fare solo un esempio, è successa la stessa cosa quando Donald Trump ha disdetto in modo unilaterale l’accordo sul nucleare firmato con l’Iran da Usa, Ue, Onu e Russia nel 2015. L’Europa ha detto e ripetuto che non avrebbe accettato, che avrebbe continuato le relazioni con l’Iran perché l’accordo del 2015 funzionava e garantiva che non sarebbe stata costruita alcuna bomba atomica. Ma alla fine ha ceduto e si è ritirata.

Con la Turchia sta succedendo la stessa identica cosa. Parole, tante. Proposte, confuse. Azioni: zero. Possiamo anche capire l’imbarazzo dei vari Tusk e Juncker, e anche di molti capi di Governo come la Merkel: sono gli stessi che promossero e firmarono, nel marzo 2016, l’accordo per versare miliardi a Erdogan affinché la Turchia intercettasse e trattenesse i migranti diretti verso l’Europa. In quel periodo, i giornalisti turchi finivano in carcere perché denunciavano l’attività dei servizi segreti turchi nel sostenere e armare i gruppi terroristici attivi in Siria.

Quando si firma un patto con il diavolo, è sempre difficile poi tirarsi indietro. Ma in questo caso, davvero, non ci vorrebbe molto. Basterebbe varare contro la Turchia le stesse sanzioni varate contro la Russia per la Crimea. L’economia turca è in difficoltà, il contraccolpo sarebbe immediatamente avvertito. Ma ci vorrebbe, appunto, lo slancio, il coraggio e la visione di un Abiy Ahmed Ali. Le qualità che avevano i padri fondatori della Ue, i De Gasperi, Adenauer, Beyen, Bech, Monnet, Schuman e Spaak, e che noi abbiamo disperso. Speriamo non per sempre.

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