Se I bimbi siriani muoiono di gelo
Un insediamento informale di rifugiati siriani in Libano, dopo l atempesta Norma (Foto by Ansa)

Se I bimbi siriani
muoiono di gelo

Buonismo è parola che in questi tempi rancorosi ha assunto un significato fortemente negativo. In particolare è usata come un dardo contro chi non ha posizioni preconcette verso l’immigrazione. Eppure il termine ha un significato preciso e circoscritto (secondo il dizionario Treccani è «l’ostentazione di buoni sentimenti, di tolleranza e benevolenza verso gli avversari, o nei riguardi di un avversario, specialmente da parte di un uomo politico») ma l’abuso ne ha inglobato grandi virtù come bontà, generosità, pietà e carità. Chi pratica queste qualità umane è un buonista. Ma le sorprese della realtà, anche le più tragiche, arrivano a cancellare gli inganni linguistici: cosa possiamo provare di fronte alla notizia che in un mese 15 bambini siriani sono morti di freddo in campi profughi di fortuna in Libano e Siria? Pietà, e il desiderio che persone buone e generose si mobilitino perché ciò non accada più. I sentimenti riabilitano parole e azioni nobili.

Qualcuno potrebbe obiettare che anche i terremotati del Centro Italia vivono nel freddo di casette provvisorie. Ma due mali non pareggiano il bilancio: si sommano semmai. Sono due mali da curare. Il primo però matura in condizioni di vita molto peggiori. I 15 bambini siriani, dei quali uno aveva appena un’ora di vita, sono morti tra la neve per il freddo, ma soprattutto per la mancanza di cure mediche. La tormenta, che beffardamente ha il nome «Norma», ha spazzato via gli insediamenti informali. Piogge torrenziali hanno distrutto le precarie abitazioni di fortuna di almeno 11 mila persone. Il Libano ospita un milione e mezzo di siriani, più di un quarto della popolazione complessiva del Paese, e fatica a dare un’accoglienza degna. «Le foto non raccontano tutta la nostra sofferenza. C’è molto di più, quello che non si vede. Otto anni di sfollamenti e battaglie ci hanno distrutto» ha detto un’anziana. I rifugiati a rischio sono 77 mila: relegati in tende o in scheletri di edifici non ultimati, esposti al gelo per l’assenza di finestre e porte. Una condizione che li pone a rischi per la salute, come rileva il Norwegian refugee council.


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