Sforbiciata positiva
purché non sia elettorale

Come promesso il governo giallo-rosso di Giuseppe Conte mette mano al cuneo fiscale, anche se i risultati nella busta paga si vedranno a partire da luglio. Soddisfatti i sindacati, che reclamavano il provvedimento da anni per sostenere la crescita economica e favorire l’occupazione. Il termine indica la differenza tra tutte le imposte sostenute dall’impresa che il dipendente si ritrova in busta paga, contributi previdenziali compresi, e il reale costo
del lavoro.

Per semplificare, la differenza tra stipendio lordo e stipendio netto. Dunque se si riducono le trattenute fiscali, la busta paga per il dipendente è più pesante, con relativi vantaggi per il ciclo virtuoso redditi-consumi-produzione-lavoro. Può essere determinato anche per i lavoratori autonomi e i professionisti ma questo esecutivo finora non ha dimostrato granché attenzione nei confronti di questa categoria. Forse perché ritiene che non faccia parte del serbatoio della maggioranza di governo?

Il cuneo fiscale medio per un lavoratore in Italia è al 47,9 per cento, quasi 12 punti sopra la media Ocse (che è del 36,1). L’Italia occupa il terzo posto nella classifica delle trattenute in busta paga: un lavoratore è sottoposto a un cuneo fiscale del 47,9 per cento, di cui il 16,7 è rappresentato dalle imposte personali sul reddito ed il restante 31,2% dai contributi previdenziali (di cui una parte è a carico del lavoratore e l’altra del datore di lavoro).

Ora arriva il primo taglio delle tasse. Con i tre miliardi stanziati in manovra per il 2020 il governo appesantirà la busta paga per circa 16 milioni di lavoratori. La riduzione del cuneo fiscale, come ha spiegato l’esecutivo ai sindacati (soddisfatti) incassando il via libera, interesserà i dipendenti con redditi fino a 40 mila euro, ampliando di 4,3 milioni la platea del «vecchio» bonus Renzi: per chi guadagna fino a 28 mila euro si tratterà di 100 euro al mese. Un aumento non trascurabile, che però diminuisce progressivamente con l’aumentare del reddito fino a divenire zero dopo i 40 mila.

Questa misura fa parte di una revisione complessiva del sistema fiscale statale, la cui pressione è una delle più alte d’Europa. Già circolano alcune ipotesi per la riforma Irpef. Si va dal «modello tedesco» (con aliquote più progressive), che piace a Leu, alla riduzione delle aliquote accompagnato dal quoziente familiare, dunque in base non al singolo contribuente ma ai componenti della sua famiglia, promosso dal Movimento 5 Stelle, cui si aggiunge l’idea di una revisione delle attuali percentuali del prelievo, con una attenzione mirata al «ceto medio» (che l’esecutivo stima fino ai 55 mila euro di reddito) finora escluso dai vari interventi sulle tasse.

I soldi sul piatto non sono pochi e arriveranno a luglio, quando non si sa in che condizioni verserà l’Italia, considerato che gli indicatori economici danno tutti sul cattivo tempo e sono tutti rivisti al ribasso. Forse gli esecutivi precedenti avrebbero dovuto mettere mano alla riforma fiscale con maggiore anticipo. Il primo governo Conte, quello gialloverde, era più interessato al reddito di cittadinanza, che sta dimostrando tutti i suoi limiti. Finora non ha prodotto lavoro, ma solo assistenzialismo. Ma almeno il principio della detassazione delle trattenute fiscali è un passo incoraggiante. Purché non si tratti di una gigantesca redistribuzione di reddito a fini elettorali, penalizzando le fasce tra le più produttive del Paese, come quelle delle piccole e medie imprese, degli artigiani, dei professionisti e dei lavoratori autonomi. Sarebbe un errore madornale da parte dell’esecutivo, sotto numerosi punti di vista.

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