I campi umili/2 La Polisportiva Bremese, un racconto a scuola e quei palloni mai restituiti, ma in fondo salvati

storia.

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V oi potreste dire che la colpa è del sole che d’estate ci picchia sulla testa implacabile, o della nebbia che d’inverno ci entra umida nelle ossa e non ci fa vedere da qui a lì. O di questa terra che è una terra maledetta, o benedetta, a seconda dei punti di vista, e comunque è terra di campi e campi e campi, e zanzare. E risaie. Collinare un tempo, ma non ci credereste a vederla oggi, perché a colpi di pala e carriola, prima, e poi di bulldozer, l’hanno spianata tutta. Da Breme, dove abito io, al confine con il Piemonte e al Po si arriva in pochi minuti di bicicletta (tutti qui hanno una bicicletta, già che di colline non ce ne sono più). Se vuoi arrivare al Sesia, ci metti poco di più. Da ragazzino lo facevo. Roba dei tempi delle medie, o giù di lì. Ricordo perfettamente certi torpidi pomeriggi di luglio. Nessuno ci controllava. Partivamo in tre o quattro, ma a volte facevo anche da solo, e si andava “a Po”, come usa dire. Sì, proprio con la “a”, e basta. Si dice così, anche a Pavia vanno “a Ticino”, per esempio. Mica “al”. Comunque. Io la vita l’ho imparata in quei giorni. Inutile negarlo. Diventavi uomo prima fra maschi, con le sfide di nuoto al grande fiume, chi andava più avanti, poi chi lo attraversava. Poi, se era il caso, con quelle che chiamavamo “le morose”, ma questo dopo. E non a Po, ma nei campi di granoturco, casomai. L’educazione sentimentale avveniva lì, in parte (e per contrasto) all’oratorio, in parte al bar, in parte in famiglia, in parte a scuola. Punto.