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Non basta avere un sito o un profilo social se poi nessuno riesce a farsi trovare

Articolo. Sei piccole e medie imprese su dieci sono presenti sul web, su Facebook o su Instagram. Ma la loro forza attrattiva per un talento è nulla: le competenze sono decisive anche per creare e veicolare i contenuti verso quei giovani che si stanno cercando

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I cambiamenti che arrivano dai social

Sono stati 41 milioni gli italiani presenti sui social network nel 2021, 6 milioni in più rispetto all’anno precedente. Questi i dati del rapporto Digital 2021 che ha messo in evidenza l’entità del numero di persone che “scrollano” le pagine Instagram, Facebook e degli altri canali social. Uno scenario che consente di prendere atto del fatto che, a fronte di questa migrazione digitale, le imprese, e in particolare le Pmi, devono cogliere i segnali di cambiamento per definire nuove strategie di incontro con i propri clienti e con i propri “followers” (soprattutto i più giovani, che tante imprese dicono di cercare ma non trovare).

 

Fonte: Hootsuite

Non si tratta di progettare lo sbarco su Marte alla Elon Musk (fondatore di Tesla) né tanto meno di diventare i nuovi Mark Zuckerberg (fondatore di Facebook), quanto piuttosto di munirsi degli strumenti base, un semplice smartphone e un account social aziendale, e di un Abc digitale tale da permettere alle Pmi di fare il salto di qualità nel modo in cui viene presentata la propria azienda a chi viene dall’esterno, siano questi papabili collaboratori o semplici passanti digitali.

«Non basta saper fare, bisogna anche fare sapere».

Laura Caracciolo

Social media manager Emera Comunicazione

Questo il monito dell’esperta Laura Caracciolo, social media manager di Emera Comunicazione, che afferma come «i social non sostituiscono il passaparola, ma lo rafforzano. La prima cosa che fanno soprattutto i giovani è quella di andare a cercare l’azienda di cui sentono parlare su internet, che è ormai diventata una vera e propria vetrina».
Ecco perché il disallineamento tra domanda e offerta non è soltanto frutto del mismatch formativo delle competenze (nella provincia di Bergamo quasi al 39%). Buona parte è generato dal fatto che imprese e giovani non si incontrano perché non si trovano. Ed è qui che il social media marketing, ossia la branca del digital marketing che fa uso dei social media per pubblicizzare un’azienda, i suoi prodotti e servizi, può giocare un ruolo centrale.
Secondo l’Osservatorio Piccole Imprese di GoDaddy, colosso americano del mondo internet, non sarebbe un problema di numeri. In Italia, infatti, le Pmi (1-49 dipendenti) dichiarano nel 62% dei casi di avere un sito web. Per quanto riguarda il mondo dei social, Facebook rimane il canale più amato con l’86% delle imprese che dichiara di utilizzarlo, a seguire con Instagram (58%), LinkedIn (36%), YouTube (27%) e Twitter (18%).

L’importanza di promuove i giusti contenuti

Se quindi le imprese italiane non sono del tutto al di fuori delle logiche dei social, il problema risiede nel fatto che la grande maggioranza non possiede competenze specifiche che possano guidarle nella produzione, nella pubblicazione e nella promozione dei giusti contenuti volti a rendersi più attrattive nei confronti dei giovani.

 

Fonte: GoDaddy. Le piccole imprese sui social

Raccontare nel modo giusto «chi si è» e «cosa si fa» all’esterno è infatti un elemento imprescindibile per dominare il nuovo contesto di mercato, ma soprattutto per entrare in contatto con giovani talenti. Questi, afferma Laura Caracciolo, «sono sempre più sensibili alla comunicazione delle aziende. Le scelgono anche in base al modo in cui comunicano anche attraverso i social media».
Secondo una recente ricerca di Randstad, la Generazione Z (giovani tra i 18-24 anni) è estremamente attenta ai temi dell’inclusione e della diversità, mentre i Millennials (con età tra i 25-34 anni) sono particolarmente interessati all’atmosfera e al clima di lavoro dell’azienda.
Per non parlare del tema green: non c’è organizzazione che possa esimersi dal promuoverne e comunicarne l’importanza (ci torneremo). Pensare quindi di non farsi paladini di questi temi sui social, significa condannarsi all’indifferenza da parte dei giovani, interessati non soltanto alle attività dell’azienda, ma anche all’impegno sociale che questa ricopre e al «come si vive e si lavora» in un’impresa.

 

Fonte: Randstad

Sono due i punti chiave da tenere a mente: pazienza e competenza. “Chi va piano va sano e lontano” non quindi è soltanto un vecchio proverbio, ma è anche il presupposto per instaurare relazioni virtuose con i clienti e giovani talenti. «Prima della profittabilità – spiega ancora Caracciolo – occorre costruire una propria visibilità e credibilità sui social. Un processo che richiede tempo ma che alla lunga porta i suoi frutti, anche in termini di possibilità di ingaggiare nuovi collaboratori».
Sul fronte della competenza, è invece necessario che le imprese non facciano comunicazione all’acqua di rose ma si impegnino nella definizione di un piano editoriale e di pubblicazione dei contenuti, anche semplice e immediato, utile a promuovere la propria immagine sui social nel modo migliore. «La comunicazione – conclude l’esperta - è come un abito sartoriale. Richiede conoscenza del target e competenze per la scelta e la promozione dei contenuti».

Guardando però al tran tran che lo straordinario tessuto produttivo delle Pmi italiane mette in piedi ogni giorno, non è pensabile che la soluzione coincida per forza con l’assunzione di una nuova figura all’interno del gruppo. Una risposta può essere infatti quella di rivolgersi ai programmi di formazione finanziata a livello regionale che permettono all’impresa di “skillare” uno o più dipendenti su come utilizzare al meglio questi strumenti (qui il catalogo dei corsi). Regione Lombardia ha infatti recentemente rifinanziato il programma Fase VI che permette alle aziende lombarde di formare i propri dipendenti ottenendo il rimborso dei costi di partecipazione alla formazione. Inutile quindi mettersi alla ricerca di chissà quale influencer, meglio formarselo in casa (gratis).

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