Venerdì 26 Settembre 2014

Bergamo, da un gregge di 200 pecore

la polvere da sparo per la Serenissima

Èuna storia scoppiettante. Ad alto contenuto incendiario. Una storia dimenticata o forse sconosciuta, ma pirotecnica. È la storia della polvere da sparo. Bergamo ne è stata, per certi versi la capitale, nel Cinquecento. Le polveriere venete sono lì a ricordarcelo. Ma non è dei cosiddetti «caselli della polvere» che vogliamo parlare.

Di queste testimonianze del periodo della Serenissima si è occupato tempo addietro anche il giornalista Pino Capelli in una documentatissima pubblicazione per il Lions Club Bergamo Host edita nel 1987: il sodalizio si era fatto promotore del restauro delle stesse polveriere.

Nella pubblicazione si parla anche della «polverista», la fabbrica della polvere, già sede dello stabilimento tessile Reich poi trasformato in zona residenziale (via Casalino - via Martiri di Cefalonia).

Il raggio della nostra ricerca si restringe ora alla cosiddetta «polvere nera», una miscela esplosiva composta da tre elementi essenziali: carbone vegetale, zolfo e salnitro.

E la produzione di quest’ultimo era dovuta nientemeno che al «lavoro» delle pecore, i cui allevamenti prosperavano tanto nelle valli quando in pianura e persino a Bergamo. Ovini già definiti da raccolte e trattati del Settecento le «pecore del salnitro».

Ma cosa c’entra questo aspetto diremmo agreste, bucolico, con la pericolosa polvere che alimentava pistole, fucili e cannoni durante la Serenissima, ma anche molto tempo prima?

Lo scopriremo più avanti. Va anzitutto ricordato che la polvere da sparo, in origine chiamata «polvere pirica» o «polvere nera», venne utilizzata nell’antichità per scopi incendiari, ma anche per singolari giochi pirotecnici. Il suo utilizzo come propellente per cartucce e munizioni delle armi da fuoco iniziò nel ’300 e per oltre cinque secoli rimase l’unico esplosivo utilizzato.

La polvere nera è di certo il più antico esplosivo deflagrante che non ha bisogno di ossigeno esterno, in quanto il salnitro è un comburente. Si dice che la sua invenzione spetti (manco a dirlo) ai cinesi nel IX secolo, che iniziarono a usarla per scopi offensivi dall’XI secolo. Alcuni storici del XVI secolo nelle loro pubblicazioni parlano del salnitro come «sale della China». Per costoro la polvere era ottenuta miscelando vari elementi già prima dell’Era Cristiana, divulgati ai popoli mongoli e da qui agli arabi e ai greci del Basso Impero. Le Crociate in Oriente permisero di far conoscere la polvere anche ad altre genti.

Verso la fine del 1500 la composizione ottimale della polvere era così definita nei testi dell’epoca: «Sei parti di salnitro, una di carbon dolce, una di zolfo».

Per carbone e zolfo, importati direttamente dai luoghi di produzione, non c’erano particolari problemi di approvvigionamento. Problemi invece erano legati al salnitro. Ma per fortuna - per tornare alla domanda iniziale - c’erano le pecore. Infatti in natura il salnitro si può trovare sotto forma di efflorescenze in ambienti umidi, cantine, grotte, stalle, dove è possibile l’azione dei batteri nitrificanti. Ma Venezia non aveva grandi depositi naturali dove ricavare l’elemento, così dovette escogitare un altro sistema. Bergamo gli venne in soccorso con le nitriere. In alcuni capannoni («tezzoni») si raccoglieva la terra ricca di rifiuti organici (in genere escrementi di greggi di pecore) che veniva diluita con acqua, fatta decantare in appositi impianti con l’uso di caldaie; quindi si ricavava il salnitro grezzo.

I tre componenti dovevano poi essere ridotti finemente in polvere, con macine e mortai azionati da cavalli o a mano, e mescolati insieme; la polvere bagnata, passata con appositi setacci (crivelli) assumeva infine l’aspetto di piccoli grani, e a seconda dello spessore detta grossa o fina. Proprio così. Dall’urina delle pecore si produceva il salnitro.

«A Bergamo si incominciò la costruzione del tezzone del salnitro nel 1573 – scrive Capellini – ma i lavori vennero terminati solo nel 1588. L’edificio si trovava nel Prato di Sant’Alessandro, a non molta distanza dall’Ospedale Maggiore o di San Marco. L’area occupata era quella oggi compresa tra la banca Popolare di Bergamo e l’incrocio fra viale Vittorio Emanuele e via Tasca».

Il tezzone al Prato di S.Alessandro in uso fino all’Ottocento. L’ingresso era dominato dal leone di San Marco e dagli stemmi del doge, del provveditore alle artiglierie, dei rettori. Altre tezze furono costruite a Osio Sotto e a Spirano.

Nella Bergamsaca si giunse fino a otto «tezzoni», ognuno dei quali doveva contenere un gregge di almeno 200 pecore. Altre fonti rilevano che dove oggi si trova la Borsa Merci nel Cinquecento, si trovava un «tezzone» del salnitro, un grande capannone dove venivano appunto ricoverati gli animali. Ignari di come persino dai loro bisogni fisiologici si potesse ricavare una ricchezza esplosiva.

Se anche voi avete storie o luoghi dimenticati da segnalare, potete scrivere a lestoriedimenticate@eco.bg.it.

Emanuele Roncalli

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