Quelle impronte misteriose
dei diavoli e della Madonna

di Emanuele Roncalli

Le impronte del diavolo e della Madonna. È l’insolito viaggio tra sacro e profano della nuova puntata de «Le storie dimenticate». Se anche voi avete vicende enigmatiche o luoghi dimenticati da segnalare scrivete a: [email protected]

Quando si dice « lasciare un’impronta nella Storia». Anzi due. Anzi cento, mille. E stavolta non in senso astratto. Impronte vere, orme visibilissime, da osservare con cura. Con un pizzico di curiosità e magari anche timore. Le nostre valli custodiscono - a questo proposito - alcune testimonianze davvero singolari, legate a un passato intriso di storie, leggende, racconti spesso da brivido. Il nostro viaggio tra sacro e profano va proprio alla ricerca di queste tracce in parte sperdute, in parte dimenticate e completamente sconosciute ai più.

Bisogna tornare alla terrificante notte del 2 luglio 1533, quando alcuni carrettieri stavano portando un carico di legname e minerali di fertro dalla Valle di Scalve nella Bassa Valle Seriana.

Costoro, appena giunti alla stazione di cambio dei cavalli, vicino alla cappella della «Madonna dei viandanti» a Rovetta, incorsero in una imboscata di malviventi. A quel punto ai poveretti non restò che invocare l’aiuto della Madonna e improvvisamente apparve un fulgore proprio nella cappella che mise in fuga i malintenzionati.

Giambattista Busetti racconta l’episodio nel volume Santuari mariani della Bergamasca. Un fatto prodigioso che contribuì a diffondere e alimentare la devozione mariana a Clusone e Rovetta in particolare legata al santuario della «Madonna dei viandanti», chiamato poi «Madonna delle grazie» o di Sommaprada.

Oggi al posto della cappelletta, in località Conca Verde, a poca distanza dal centro di Rovetta, c’è un piccolo santuario. L’interno di questo tempietto conserva antichi affreschi ed ex voto. Ma al visitatore non può sfuggire la singolarità della minuscola cripta dove su una pietra appaiono in rilievo due grandi impronte. Si dice che quelle siano le orme lasciate dalla Madonna. Chi sia l’artefice di questa suggestiva testimonianza non è dato sapere, ma ai fedeli rispettosi della tradizione ciò poco importa.

La particolarità del piccolo santuario di Rovetta non è tuttavia unica. Altre simili testimonianze si possono trovare in vari luoghi sacri d’Italia, fra i quali il santuario di Santa Cristina a Bolsena: qui su una lapide impresse nella pietra si notano le orme della Santa.

Al di là delle impronte della Madonna, la chiesetta - posta in una zona dominata da prati e piante - merita comunque una breve visita. La pianta del piccolo tempio è a croce greca ed i due bracci fungono da campatine laterali dove si aprono gli ingressi. La facciata è preceduta da un portico con sei arcate e da altre due arcate laterali, tutto in muratura, su colonne in pietra di Sarnico che poggiano su un muretto. Alla chiesa si accede mediante due porte situate ai lati di una grande finestra trifora, contornata in pietra viva e protetta da un’inferriata seicentesca. Sotto il presbiterio si accede allo scurolo, dove, sopra ad una pietra protetta da vetro, sono visibili le impronte attribuite alla Vergine. All’interno è custodito un affresco del ’400 con l’immagine della Madonna che tiene tra le braccia il Bambino; ai lati vi sono San Sebastiano, protettore degli artigiani, e San Rocco, protettore degli appestati. Sopra le porte d’ingresso, sulla facciata esterna, è esposto un affresco più recente, datato 1921, opera di Saturnino Tosti, che riproduce l’immagine della Vergine di Sommaprada e, sullo sfondo, Rovetta.

Dal sacro al profano. E stavolta la storia è di quelle che mettono paura. La geografica orobica è costellata di denominazione per così dire demoniache. Pensiamo al Pizzo del diavolo, al

Ponte del diavolo, al lago del diavolo, al Portone del diavolo di Seriate. E potremmo proseguire all’infinito.

Noi invece vi vogliamo parlare delle impronte ben visibili del diavolo.

Percorrendo il sentiero da Aviatico a Costa Serina è facile imbattersi nelle impronte di due piedi bovini, accanto alla sagoma incisa nella roccia di una lampada a olio. E’ qui che è fiorita la leggenda secondo la quale una ragazza dopo aver accettato l’invito di un ragazzo a ballare in osteria, al ritorno a casa si fermò vicino a quella pietra. Il ragazzo posò la lanterna e si mise a ballare lasciando le impronte dello zoccolo bovino (il diavolo appunto). Altre impronte si trovano sui sentieri a Miragolo di Zogno e sulla strada che da Brembilla conduce a Gerosa.

Ma cosa sono allora quelle impronte? Nulla di particolarmente allarmante. Nulla a che vedere con il diavolo. E non sono nemmeno testimonianze per così dire terrene. Il motivo è presto detto. Quelle impronte - che taluni chiamano «ciampate» - sono semplicemente resti fossili di grosse conchiglie bivalvi, i «concodon», che hanno una forma curiosamente simile a grossi zoccoli bovini. Da qui appunto la credenza popolare che attribuiva queste strane orme alla presenza del diavolo che avrebbe lasciato in segno del suo passaggio.

Svelato l’enigma si può comunque sempre andare alla ricerca di leggende popolari che nelle nostre valli sono ancora ben radicate. E chissà perché quasi tutte legate al macabro, al demonio, alle streghe e agli spiriti. Storie di paura insomma. Ma che non fanno più paura.

Se anche voi avete vicende enigmatiche o luoghi dimenticati da segnalare scrivete a: [email protected]

© RIPRODUZIONE RISERVATA