Mercoledì 23 gennaio 2013

Pandolfi racconta Agnelli
a 10 anni dalla scomparsa

«Un giorno a Mirafiori Gianni Agnelli mi indicò il modello di un'auto e mi disse: "Noi scommettiamo su questa". Era la Fiat Uno». È uno dei tanti ricordi che Filippo Maria Pandolfi, già commissario europeo e più volte ministro, conserva di Agnelli a dieci anni dalla sua scomparsa.

«Era l'opposto dell'uomo comune di successo: era una persona che ispirava un sentimento d'ammirazione per la raffinata singolarità», afferma Pandolfi che, raggiunto ieri per telefono a Bruxelles, racconta i tanti incontri avuti con l'Avvocato. In particolare il primo. È il 1977 e l'illustre esponente politico bergamasco è ministro delle Finanze: «Quello è l'anno in cui la Libia entra con l'11 per cento nel capitale della Fiat e per l'industria torinese si tratta di una scelta che arriva dopo un periodo di una certa difficoltà finanziaria. È proprio in occasione di quella decisione che Agnelli mi chiama, chiedendo di potermi parlare. Quello della Libia rappresentava un sostegno finanziario importante: non era nella tradizione di una grande impresa come la Fiat ricorrere a capitali di un soggetto esterno».

E, così, l'appuntamento viene fissato a Roma: «Mezz'ora prima dell'incontro Agnelli mi chiama per comunicarmi il suo ritardo e per invitarmi, quindi, a cena nella sua residenza romana, il palazzo Albertini. Al piano terra abitava il fratello Umberto, il primo piano era riservato alle strutture finanziarie della società, al secondo risiedeva Gianni e al terzo la sorella Susanna. La ricordo come una serata molto interessante: l'Avvocato mi fece visitare il suo splendido appartamento abbellito, tra l'altro, da una notevole ricchezza di quadri». Ed è proprio da questo primo incontro, sottolinea, «che nasce tra noi un rapporto di amicizia e di cordialità meno formale e più stretta».

La memoria dell'ex ministro corre poi al dicembre del 1980: «È una delle fasi più critiche della Fiat e alcune vicende arrivano a coinvolgere anche i rapporti personali tra Umberto e Gianni. Una mattina Umberto mi telefona per parlarmi di alcune di queste questioni: viene da me a Bergamo una domenica e passiamo insieme tutta la giornata, poi nel pomeriggio facciamo anche una lunga passeggiata sulle mura di Città Alta: rammento che era una giornata fredda. L'incontro è l'occasione per uno scambio di opinioni e per alcuni miei suggerimenti».

Nel frattempo Pandolfi lascia il ministero del Tesoro e approda al dicastero dell'Industria. E, questa volta, è il ministro a trascorrere un'intera giornata a Torino ospite di Gianni Agnelli: è la fine di gennaio del 1981 e Pandolfi sta lavorando alla stesura di quella che poi diventerà la legge 46 del 17 febbraio del 1982 per il sostegno alla ricerca e all'innovazione. Arrivato a casa Agnelli, racconta Pandolfi, «incontro l'Avvocato per una ventina di minuti nel suo studio. Poi è lui stesso che mi conduce a Mirafiori e mi presenta i modelli delle nuove auto. Me ne indica uno in particolare e mi dice: "Noi scommettiamo su questo". Alla mia domanda se avesse già un nome mi risponde: "No, ma per scaramanzia ha solo un numero: uno". E quella diventerà, poi, la Fiat Uno. Da quella giornata ho davvero tratto l'impressione che l'azienda si fosse rimessa in marcia, che era il momento del grande rilancio».

E ricorda come da quell'incontro ebbe pure indicazioni utili per la stesura della legge alla quale stava lavorando. Gianni Agnelli, prosegue Pandolfi, «era molto apprezzato anche all'estero ed aveva un rapporto speciale con gli Stati Uniti. Più di una volta mi è capitato di sentirlo per telefono dagli Usa. Tra l'altro, aveva un rapporto di grande cordialità, anche sul piano personale, con il Segretario di Stato Henry Kissinger: ci sono celebri foto di loro due insieme in tribuna ad una partita di calcio della Juventus» (ndr: una la pubblichiamo in queste pagine). L'Avvocato «nella sua presenza sulla scena nazionale e internazionale aveva un culto della raffinatezza e della singolarità. Nella sua vita e nei suoi rapporti personali non c'era nulla di banale».

Sul piano imprenditoriale, l'ex ministro annota come Agnelli «abbia lasciato insegnamenti che sono validi ancora oggi. A mio giudizio, andrebbero indagate e approfondite le vicende e le scelte della seconda metà degli anni Novanta: nel tratto finale di Agnelli è come se la Fiat concludesse anch'essa un suo ciclo. Sono gli stessi anni nei quali l'azienda sembra chiudere una fase. Ed è come se l'Avvocato ne avesse avuta la consapevolezza. Mi ha sempre molto colpito il fatto che Agnelli sembrasse avere di tutto questo, in un qualche modo, la certezza». La Fiat, conclude Pandolfi, «non ha sempre avuto un percorso facile e rettilineo: in alcuni momenti, come riconobbe lo stesso fratello Umberto, le scelte personali di Gianni furono decisive».

Gianluigi Ravasio

e.roncalli

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