Rovinato dalle slot machine
«Vivo in ospedale, ma ripartirò»

Dal 9 gennaio scorso Giovanni (nome di fantasia) è piazzato su una sedia all’ingresso dell’ospedale di Lovere. Non è in attesa di visite o di cure perché conosce bene la causa del suo male: le slot machine. Nelle macchinette ha buttato tutto quanto aveva costruito nella vita e si è ritrovato a 60 anni senza soldi, lavoro e famiglia.

Ora qualche amico gli dà una mano e lancia un appello per trovare occupazione. La storia di Giovanni purtroppo è simile a molte altre e per evidenziare i rischi patologici del gioco d’azzardo parte la campagna di prevenzione, sostenuta dall’Asl e dal nostro giornale, che vedrà impegnati Atb e Teb. Sui mezzi pubblici verranno poste le locandine dell’iniziativa in modo da sensibilizzare i viaggiatori (l’immagine qui riportata fa parte della campagna).

E intanto Giovanni lo incontri davanti ai distributori di snack e bevande. Seduto nella sedia che è ormai diventata il suo domicilio. Tamburella le dita delle mani e muove i piedi nervoso. Rabbia, vendetta, dolore, tristezza: sono i sentimenti a cui le sue parole cercano di dare forma. «Ero come tanti: avevo una casa, una famiglia, una moglie e due figli. Avevo anche un bel lavoro: facevo il rappresentante, guadagnavo bene, guadagnavo tanto. I miei potevano permettersi la bella vita: ristorante una volta a settimana, ferie un mese all’anno».

Ma l’abisso era pronto a spalancarsi dietro la finestra della normalità: «Avevo il vizio del gioco: consegnavo la metà del mio stipendio a casa, che bastava eccome per tutti e quattro, e il resto lo tenevo per me: lo giocavo, e lo perdevo». Quanto? «Pfff... non li ho mai contati tutti assieme».

Quando i due figli e la moglie lo scoprono, iniziano i guai: «Mi hanno trovato un giorno in un bar. Hanno voluto che mi curassi, e avevano ragione. Per qualche mese ho frequentato una comunità qui a Rogno, dove una psicologa tiene incontri per quelli come me. Ne sono uscito otto mesi fa. Io sbagliavo, certo, lo riconosco, ma tutto quello che mi è capitato dopo proprio no, non lo accetto, non riesco».

Quello che viene dopo è un turbine di cose storte, le cose più importanti nella vita di un uomo. A fine luglio l’azienda di Giovanni cessa l’attività; lui si ritrova a 60 anni senza un lavoro e con la pensione ancora lontana. In casa i rapporti si fanno sempre più tesi e difficili: «Mi sono ritrovato fuori di casa, e ancora oggi mi chiedo: si può fare così a un genitore? A uno che, nel bene e nel male, ti ha mantenuto finché ha potuto? Se i soldi li sperperavo con loro andava tutto bene...».

Ecco allora la decisione di trovare riparo in ospedale. Nell’atrio dell’ingresso non sono solo i caloriferi a scaldarlo. Il rumore dei distributori di bevande gli tiene compagnia, il via vai continuo di gente gli regala sorrisi o saluti frettolosi. A Lovere un amico lo ospita in casa per una doccia tutti i giorni.

L’appello che lancia non è ai suoi familiari, da cui non si aspetta più nulla, ma è a quella operosa e generosa provincia di Bergamo: «Chiedo un lavoro, solo un lavoro qualsiasi». Non è facile, né scontato trovarlo, e in molti penseranno che Giovanni non se lo merita nemmeno. Ma una seconda possibilità, a un uomo che da un mese vive su una sedia in ospedale, una seconda chance non la si può negare. Per rialzare la testa. Per tornare a vivere davvero.

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