La guerra di Trenord
e il servizio che deraglia

Un indizio è un indizio, due indizi una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. E nel disastro di Trenord di indizi ce ne sono a bizzeffe ogni giorno, altro che tre.

Che però curiosamente è il numero degli aspiranti amministratori delegati bruciati sui binari. O quasi. Dopo Laura Cavatorta e Lucia Morselli, il terzo nome caldo è quello di Cinzia Farisè, prossima alla nomina e sulla quale si dice penda qualche veto (o perplessità) del socio Trenitalia. Che in Trenord vale esattamente la metà.

Dal canto suo, il governatore Roberto Maroni, usa toni rassicuranti e garantisce che non ci sono problemi e che quindi la Farisè diventerà amministratore delegato. Ma i problemi restano, e sono di dimensioni ciclopiche. Dice bene Dario Balotta di Legambiente, uno che di solito è ottimista come un fante a Caporetto, ma al quale stavolta è difficile dare torto: «È l’ennesimo segnale del fallimento del matrimonio ferroviario consumato nel 2011 tra le Ferrovie Nord e le Ferrovie dello Stato. Da allora i servizi sono peggiorati». E lo ammette anche Maroni stesso.

Ma sentite il passaggio successivo, degno del bartalesco «l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare» nei toni, ma incontestabile nei contenuti: «La conflittualità sindacale ha raggiunto il record di 14 scioperi in poco più di un anno, la produttività del lavoro è crollata, mentre i costi sono aumentati; le promesse “economie di scala”, derivanti dalla fusione dei due vettori, sono diventate enormi “diseconomie di scala”, basta ricordare lo scandalo dei ferrovieri cui venivano pagati gli straordinari anche se non li facevano. Ciò ha fatto crescere esponenzialmente i costi di gestione. Il matrimonio dei due vettori ha dato vita ad un mostro ingovernabile, oggetto di scontri clientelari».

Se ne sono accorti, eccome, i pendolari, alle prese con un servizio sempre più di pessima qualità, che aspettano i 67 treni più volte annunciati a mo’ di Godot, consapevoli che la situazione si fa sempre più dura. Intendiamoci, fare girare un sistema ferroviario come quello lombardo, tra l’altro milanocentrico, vuol dire gestire un Paese dai numeri del Belgio o dell’Olanda: la sfida è dura, gli attori sono tanti (tipo Rfi o Centostazioni...) ma la situazione sta letteralmente precipitando. E con una velocità (questa sì...) tale da far pensare che nei corridoi di piazzale Cadorna si stia consumando una lotta senza quartiere, di quelle capaci di far deragliare un sistema intero. Tanti auguri di buon lavoro alla nuova ad, speriamo che con un vertice in rosa il futuro sia un po’ meno nero.

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