Piscine chiuse, incassi dimezzati
Calo di fatturato per oltre 20 milioni

Impianti chiusi ormai da fine ottobre, l’ultimo Dpcm prolunga lo stop fino al 5 marzo. Incassi dimezzati e perdite di fatturato che superano i 20 milioni. I ristori? «A noi 18 mila euro a fronte di bilanci annui da 2,2 milioni».

la gola, con incassi dimezzati e una perdita di fatturato nel 2020 che supera i 20 milioni di euro. Oltre a un futuro incerto: sì, perché le piscine pubbliche della Bergamasca (in tutto una ventina) dopo la chiusura scattata per l’aggravarsi dell’epidemia il 24 ottobre, riapriranno - così almeno è previsto - il 5 marzo, data della scadenza dell’ultimo Dpcm. Ma sono pochi, in realtà, i gestori privati che ci credono, visto l’andamento dei contagi. Molti invece, se non tutti, sono quelli che si sentono dimenticati dalle istituzioni e che considerano irrisori i ristori ricevuti dallo Stato per il 2020 (anno in cui sono stati costretti a rimanere chiusi anche fra marzo e giugno), soprattutto se confrontati con gli elevati costi di manutenzione degli impianti natatori.

«Basta dare due cifre per capire meglio di cosa stiamo parlando – spiega Mariolina Locatelli della società sportiva Blu che gestisce le piscine pubbliche di Casnigo e Rovetta –: la nostra società ha un fatturato annuo di circa 2,2 milioni di euro. Sapete quanto abbiamo ricevuto con i due decreti ristori fino ad ora varati? In tutto 18 mila euro: bastano appena a pagare sei mesi di energia elettrica con gli impianti chiusi, figuriamoci aperti. Mi domando se il pubblico si stia rendendo conto della situazione drammatica in cui ci troviamo. Io sento spesso parlare di palestre, ma mai di piscine».

Il tutto si riflette, poi, sull’occupazione che ruota attorno a questo settore: nella Bergamasca tutte le piscine impiegano mediamente una quarantina di persone (fra dipendenti e collaboratori) che, al momento, sono tutte a casa in cassa integrazione (o con altri tipi di ammortizzatori sociali). Ora sono autorizzati a nuotare nelle vasche al chiuso solo i nuotatori agonistici e, in alcuni casi, nemmeno quelli. A Treviglio, per esempio, la piscina «Quadri» è rimasta chiusa anche per loro. Spiega la direttrice Ombretta Gualtieri: «Abbiamo deciso di tenerla completamente chiusa poiché, dal punto di vista economico, non conveniva aprirla solo per poche persone».

Per Gualtieri sarebbe importante consentire alle piscine pubbliche di aprire il 5 marzo, in quanto «potremmo far svolgere un ultimo trimestre di corsi». A suo dire, però, sarà importante capire come alle piscine verrà consentito ripartire: «Lo scorso giugno, dopo consistenti investimenti per riaprire in sicurezza – dice –, ci hanno imposto un limite di persone a corsia che, praticamente, aveva significato lavorare al 50% della capacità. Ora gira voce che lo vorrebbero addirittura abbassare». «Peccato però – spiega Giuseppe Troncana, titolare della società «Spazio sport one» che gestisce le vasche di Osio Sotto e Palazzolo (Brescia) – che una piscina non è assimilabile alle strutture sportive come per esempio le palestre. La principale differenza è l’altissima spesa energetica per il riscaldamento degli ambienti e dell’acqua: se ci faranno lavorare con poche persone a corsia, allora sarebbe meglio non aprire nemmeno».

A fronte dell’attuale situazione, per Federica Locatelli, titolare di Acquaclub srl, società che gestisce la piscina pubblica di Grumello, per i gestori degli impianti natatori è comunque difficile pensare a un futuro: «La situazione è drammatica e lo sarà ancora di più se non arriveranno contributi di un certo rilievo. Il pubblico non se ne può lavorare le mani: siamo quasi tutti concessionari di strutture che, alla scadenza della concessione, torneranno nella disponibilità dei Comuni. Noi fino ad ora dallo Stato abbiamo ricevuto 3.900 euro e ottomila mila dal Comune: troppo poco considerando che, fra bollette e costi di manutenzione, per una piscina ora chiusa spendiamo circa 10 mila euro al mese».

Il settore è, ad ogni modo, ormai in ginocchio e per Gianmarco Parmegiani, titolare della società «Spazio Sport Alzano» che gestisce la piscina pubblica di Alzano, «se riusciremo ad aprire e a lavorare dopo il 5 marzo, ci vorranno almeno due/tre anni prima di poter tornare a fatturare come prima del covid e a pareggiare le perdine subite». Anche perché, secondo tutti gli operatori del settore, è stata instillata in molte persone una paura ingiustificate verso le piscine, come se fossero luoghi dove è facile contagiarsi, visione, a loro dire, che corrisponde all’esatto contrario della realtà.

© RIPRODUZIONE RISERVATA