Il caso Totti, la lezione di Stromberg. Quando la bandiera diventa un peso

Lettura 2 min.

Tristezza. Riguardando ampi stralci (integrale no, dai) della conferenza stampa con cui Francesco Totti, in quasi totale assenza di domande vere (specie sempre più in via d’estinzione nelle conferenze stampa del mondo del calio) ha lasciato la Roma in diretta nazionale, alla fine ha prevalso un senso generale di tristezza. E una riflessione di fondo: se non si molla quando è ora di mollare, poi si finisce così, persino indesiderati in casa propria.

Glenn Stromberg, il nostro unico, meraviglioso, inimitabile capitano, l’ha sempre detto: «Ho lasciato a 32 anni, ancora in buona forma, con un nuovo ruolo da libero che avrebbe potuto allungarmi la carriera per diversi anni, ma ho lasciato perché l’ho deciso io. Ho lasciato prima che fossero altri a farmi capire che era il caso di togliere il disturbo e di liberare uno spazio». Di Glenn ce n’è uno, però. Con lui non c’è mai stato l’eterno dibattito sui campioni cui fare ancora un contratto, o trovare un ruolo, per «gratitudine». Pensate, negli anni, quante volte abbiamo assistito al calciatore diventato simbolo che si metteva al centro del palcoscenico, diventando un caso e non rassegnandosi al tempo che passa. Lo stesso Totti, all’alba dei 40, fu causa di pagine e pagine riempite d’inchiostro ed editorialoni. E il povero Spalletti, per un’intera stagione, ha dovuto spiegare e quasi giustificarsi di fronte ai tribunali popolari armati di taccuino e microfono per il fatto di non mandare in campo un signore in età da strapensionamento calcistico. Ma poi Alessandro Del Piero, non in questi termini ma quasi.

 

E alla stessa Roma, è vicenda freschissima, Daniele De Rossi, che a luglio soffierà su 36 candeline, eppure ancora voleva il contratto, ancora voleva il posto in squadra. Non rendendosi conto, lui come tanti altri, che a un certo punto il simbolo, e persino la bandiera, diventa un peso, anche se è brutto dirlo, anche se sta male, anche se non si dovrebbe. Eppure è così, e quel che resta di queste vicende è una lezione che tutti, in ogni ambito, bisognerebbe appuntarsi: rimanere attaccati a se stessi, non capire quand’è il momento di girare pagina, è un problema più per gli altri che per se stessi. Perché quando poi stacchi la spina passi per ingrato, come minimo, nei confronti di chi ha dato tutta una vita per la maglia, retoricamente predicando. Noi la vediamo all’opposto: è ingrato anche chi, quando non è più in grado di garantire prestazioni all’altezza, esige ancora un ruolo operativo. Vale anche per Totti, probabilmente anche nella veste di dirigente, indossata senza chissà quale preparazione. Perché poi con le «bandiere» scatta spesso questo automatismo: «Le porte della società saranno sempre aperte». Sì, ma per fare cosa, se non c’è adeguata preparazione? Si rischia di diventare puri e semplici «uomini immagine»: basta saperlo, e accettare la situazione. Altrimenti, si rischia la fine di Totti: di volere tutto pur essendo pronti per poco. E di restare con nulla.
Torniamo a Bergamo, perché qui per fortuna c’è un caso differente, quello di Gianpaolo Bellini.

 

Non divenne un peso, da giocatore, perché seppe stare al suo posto. Anzi: persino in corso di carriera ha sempre vissuto con imbarazzo, se non con «fastidio», l’etichetta di bandiera. E a fine carriera disse: ora mi piacerebbe studiare il campo del marketing. Salvo poi tornare sui suoi passi, rientrare in campo, e vincere uno scudetto da viceallenatore della Primavera. Si fa così, quando è ora: si dice grazie, si prendono i riflettori e li si gira da un’altra parte, verso chi resta e corre più forte. Tutto il resto è puro egoismo, travestito da pretesa di gratitudine. E quando guardi Totti demolire la Roma (certamente per responsabilità che non sono tutte sue, sia chiaro), capisci se sbagliare la via d’uscita è quasi peggio che non trovare l’entrata, e che la polvere che ti lasci alle spalle rischia di depositarsi su tutto il resto. Rimane tristezza, in fondo a tutto.