Morto Lee Konitz, gigante del jazz
Bergamo, suonò più volte al Festival

Per il Bergamo Jazz già sul palco nel 1976 al Palazzetto dell Sport e poi due altre volte al Donizetti. Il ricordo.

È scomparso Lee Konitz, uno dei massimi protagonisti della storia del jazz. Il suo nome è iscritto indelebilmente anche negli annali del nostro #festival. Nel 1976 suonò al Palazzetto dello Sport insieme al suo antico sodale Warne Marsh e poi calcò il palcoscenico del Teatro Donizetti diverse volte: nel 1995, nel fortunato progetto “Broadway Music” di Paul Motian, nel 1998 con il supergruppo “Angel Song” di Kenny Wheeler, nel 2001 con un quintetto diretto insieme a Enrico Rava, nel 2004 in duo con la pianista Geri Allen. Così Bergamo Jazz ha voluto ricordare un grande musicista che si è spento per il coronavirus giovedì 16 aprile.

Lee Konitz era un gigante tranquillo del jazz. Se l’è portato via il Covid 19 a 92 anni, dopo una carriera lunga più di 70. Era nato a Chicago, nel 1927, ed è morto a New York dove viveva da tempo. Il primo capitolo decisivo della sua straordinaria avventura nel jazz è legato ai leggendari seminari di Lennie Tristano, il pianista cieco dalla tecnica prodigiosa che è il padre del Cool Jazz. In quei seminari, siamo intorno alle metà degli anni ’40, si studiava un approccio alla musica afro americana diverso da quello allora dominante, del be bop.

I grandi standard americani venivano analizzati e le loro ricchissime strutture armoniche utilizzate come base per un nuovo repertorio. Era un approccio più intellettuale, basato anche sulla ricerca di un suono rarefatto, nel quale si intuivano le prime aperture verso forme più libere, caratteristiche di quello che sarà chiamato il Free Jazz. Konitz in breve tempo diventa uno dei più richiesti solisti di sax alto: nel 1947 entra in quell’orchestra di Claude Thornill che ha fatto da incubatore per la nascita di uno dei dischi più famosi della storia del jazz. Gli arrangiamenti dell’orchestra sono firmati da Gil Evans, la critica parla di una «nuvola di suono» per l’eleganza del sound e la scelta degli strumenti.

E’ da li che nasce la Tuba Band che registrerà «Birth of The Cool», l’album Miles Davis che di fatto comunica al mondo l’esistenza di un nuovo modo di concepire il jazz. Una delle voci fondamentali di quel nuovo modo di concepire il jazz è proprio il sax contralto di Konitz che, nel 1949 negli anni ’50 vive un’altra esperienza importante suonando nella big band di Stan Kenton dove c’è anche Wayne Marsh, sassofonista tenore nonché protegè di Lennie Tristano, con cui forma una coppia basata su straordinarie affinità elettive. Nei decisivi decenni tra gli anni ’40 e ’60, durante i quali il jazz è attraversato da una tumultuosa fase cambiamenti anche radicali, Lee Konitz suona con alcuni dei più importanti protagonisti della scena, da Gerry Mulligan a Ornette Coleman, da Charles Mingus a Bill Evans a Chet Baker.

Quando, a partire dagli anni ’70 il jazz conosce la sua svolta elettrica, Lee Konitz comincia la sua vita di solista in tour che viaggia con una granitica certezza: la conoscenza profonda degli standard sui quali continuerà a lavorare per tutta la vita senza mai tradire la lezione di Tristano. Questo non gli ha impedito di incidere ancora accanto a musicisti importanti come Paul Motian, Art Pepper, Michel Petrucciani, Brad Meldhau, Bill Frisell.

In Italia era di casa e, nella comunità del jazz, saranno in molti a piangerlo. In particolare quella generazione di musicisti che si è formata al «Music Inn», il club romano fondato da Pepito Pignatelli e sua moglie Picchi al principio degli anni ’70 dove, per citare solo qualche nome, personaggi come Danilo Rea, Enrico Pieranunzi (che è stato un partner assiduo di Konitz anche in sala di registrazione), Roberto Gatto, Maurizio Giammarco, allora giovanissimi e all’inizio della carriera. Konitz girava il mondo senza gruppo e si affidava a ritmiche locali: così alcuni dei migliori jazzisti italiani hanno avuto la fortuna di fare le prime esperienze con lui, apprendendo i segreti del grande repertorio del jazz da un maestro.

Ha suonato nei più importanti festival italiani, a cominciare da Umbria Jazz, ha registrato anche con Enrico Rava, Stefano Bollani, Franco D’Andrea, ha fatto parte di quella sorta di quella all star che ha registrato «Ornella e ...», l’omaggio al jazz della Vanoni. Era un musicista dallo stile inconfondibile, elegantissimo, un musicista esigente dotato anche di una buona dose di autoironia che ha trascorso la vita cercando cose nuove nel più classico repertorio del jazz, inseguendo, fino all’ultimo giorno, il piacere della sorpresa dell’improvvisazione.

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